Sediva News del 13 luglio 2010

Sull’assegno divorzile

I quesiti che riguardano l’assegno divorzile (di cui abbiamo parlato sotto
vari aspetti nelle Sediva news del 19/1, 17/2 e 27/5/2010) sono sempre più
numerosi, e del resto si tratta di uno dei due temi (l’altro riguarda
notoriamente l’affidamento dei figli) più delicati da risolvere in fase di
cessazione degli effetti civili del matrimonio, come è vero che vi ruota
intorno assai spesso buona parte del contenzioso in materia che dimora
negli uffici giudiziari.
Può essere dunque utile qualche notazione di carattere generale, che possa
rispondere ad alcuni dei dubbi più ricorrenti su natura e funzione
dell’assegno divorzile, il quale ha naturalmente causa proprio nello
scioglimento del vincolo coniugale ed ha quindi natura diversa dall’assegno
di mantenimento e da quello alimentare, che sono infatti concessi – quando
sono concessi – in sede di separazione, presupponendo dunque la sussistenza
e la persistenza del vincolo.
L’assegno divorzile (normalmente riconosciuto al coniuge “più debole”
perché, come è noto, egli ha il diritto di condurre lo stesso tenore di
vita avuto in costanza di matrimonio) ha comunque: 1) una componente
assistenziale, per cui è necessario valutare il pregiudizio che può causare
ad uno dei coniugi lo scioglimento del vincolo; 2) e/o una componente
risarcitoria, per cui bisogna accertare (anche) la causa che ha determinato
la rottura del rapporto; 3) e/o una componente compensativa, per cui è
necessario valutare gli apporti di ciascun coniuge alla conduzione
familiare.
L’assegno è perciò concesso quando sussista almeno una di queste tre
componenti, e deve essere versato dal momento del passaggio in giudicato
della sentenza di divorzio, ma può essere richiesto per la prima volta
anche successivamente, quando, cioè, lo richiedano le condizioni di vita di
uno degli ex-coniugi e perciò per un (sopraggiunto) oggettivo suo “stato di
bisogno”, ma anche per un importante cambiamento della situazione
reddituale dell’altro; e anzi, pur quando vi sia stata rinuncia espressa
all’assegno, ove poi il “più debole” di loro si trovi a versare appunto in
uno “stato di bisogno” potrà richiedere al giudice la revisione delle
decisioni assunte nella sentenza di divorzio.
L’importo dovuto può essere corrisposto mensilmente, oppure liquidato in
un’unica soluzione, previo accertamento del tribunale sulla congruità della
somma offerta.
In questo secondo caso, viene meno evidentemente qualunque diritto della
parte che lo ha ricevuto a proporre ulteriori richieste di natura
economica, quali che siano le (sopravvenute) sue condizioni di vita, e
pertanto neppure in caso di un suo “stato di bisogno”; né, sempre in tale
evenienza, il coniuge “più debole” può vantare alcun diritto in sede
successoria, cioè nell’ipotesi di premorte dell’altro coniuge.
Invece, quando l’assegno sia versato mensilmente, il coniuge che lo riceve,
se l’altro gli premuore, partecipa all’eredità in una quota proporzionale
all’importo dell’assegno stesso ed ha altresì il diritto alla pensione di
reversibilità, o ad una quota di essa.
L’obbligo di corrispondere l’assegno si estingue al momento in cui passa a
nuove nozze colui che lo percepisce, ovvero muore o fallisce colui che è
tenuto a corrisponderlo, mentre, se quest’ultimo si rende semplicemente
inadempiente all’obbligazione, l’altro ex-coniuge può agire esecutivamente
nei suoi confronti e/o verso chi risulti suo debitore, come, ad esempio, il
datore di lavoro (per gli stipendi), l’Inps (per le pensioni) o una banca
(per le disponibilità in conto corrente).
Infine, a tutela del suo diritto di credito, l’ex-coniuge “più debole” può
anche richiedere idonee garanzie di natura reale (come il sequestro), ed il
provvedimento che eventualmente le riconosca è titolo idoneo per
l’iscrizione dell’ipoteca sui beni dell’altro ex-coniuge.
(s.civitareale)

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