Sediva News del 26/27 aprile 2010

L’acquisto di una farmacia gravemente indebitata – QUESITO

Sono in trattative per l’acquisto di una farmacia, ma il prezzo richiesto è
molto elevato (due volte e mezzo il ricavo 2009), e quel che più mi
preoccupa è l’importo dei debiti aziendali che, secondo l’estratto che mi è
stato fornito, corrisponde quasi al prezzo; il venditore mi ha proposto di
accollarmi i debiti verso i numerosi dipendenti e i fornitori più
cospicui, ma resterebbero sempre quelli ingentissimi verso le banche.
Non vorrei rinunciare all’operazione perché, nonostante il prezzo, la
considero una buona opportunità per l’importanza anche storica della
farmacia, ma ho bisogno di conoscere un po’ meglio quali sono gli effetti
dell’acquisto di un’azienda in queste condizioni e a quali rischi
particolari mi esporrei dai vari punti di vista.

Stando al quesito (riprodotto quasi fedelmente, ma omettendo le cifre),
sembrerebbe che l’acquisto di questa farmacia (ad un prezzo per di più
gigantesco, non lontano da quello di una molecola sotto brevetto…) Le sia
stato prescritto da qualche… medico, tanto più che Lei stesso sembra
consapevole dell’estrema delicatezza, e, ancor prima, incertezza della
situazione complessiva che dovrebbe affrontare, tale in ogni caso da
renderLe complicata qualunque “assicurazione” dai mille pericoli cui
potrebbe andare incontro.

Parecchi sono comunque gli aspetti che non possono essere chiariti sulla
carta, e men che meno sulla base di quel che leggiamo, e però – anche per
l’indubbia utilità che un tema di questa importanza sul piano generale, da
noi pur affrontato qualche tempo fa, può rivestire – vedremo di fare ancora
una volta un quadro complessivo della vicenda, rispondendo così
“incidentalmente” anche ad alcuni degli interrogativi celati nel quesito,
pur se i professionisti che sicuramente stanno assistendoLa Le avranno ben
illustrato tutto quel che stiamo per riassumere qui di seguito.

Intanto, il trasferimento (oneroso o gratuito, oppure anche mediante
conferimento in società) di un’azienda determina – ove il contratto non
disponga diversamente – la a) cessione dei crediti dell’impresa
all’acquirente, la sua b) successione nei contratti stipulati per
l’esercizio dell’attività e il c) divieto di concorrenza a carico del
venditore, ma determina –questa volta però inderogabilmente per le parti,
pertanto di diritto – anche d) l’accollo da parte del cessionario dei
debiti risultanti dai libri contabili obbligatori (e tutto questo vale pure
nella concessione in usufrutto dell’azienda o anche – ma qui senza alcun
accollo di debiti – nel caso di concessione in affitto, e tuttavia si
tratta di due figure di ridottissima applicabilità alla farmacia).

I primi tre (a, b e c) ordini di conseguenze sono dunque pattiziamente
derogabili, tant’è che nelle cessioni a titolo oneroso le parti convengono
prevalentemente di escludere (devono quindi farlo espressamente) sia una
successione generalizzata nei contratti (che viene del resto perlopiù
circoscritta alle utenze ed all’eventuale contratto di locazione), e sia
anche la cessione all’acquirente dei crediti aziendali (diversamente
accade, come sappiamo, in caso di donazione o di conferimento in società,
perché in tali evenienze – soprattutto per ragioni di opportunità fiscale –
il donatario e la società conferitaria subentrano in tutti i crediti e
anche in tutti i contratti).

Per quanto La riguarda, pertanto, sarà opportuno – trattandosi di profili
gestionali insidiosi – aver cura di prevedere nel contratto ambedue tali
esclusioni.

Quanto al divieto di concorrenza, invece, di regola (quando parliamo di
farmacie) le parti tacciono, dando così via libera all’art. 2557 del
cod.civ. che impone all’alienante di “astenersi, per il periodo di cinque
anni dal trasferimento, dall’iniziare una nuova impresa che per l’oggetto,
l’ubicazione o altre circostanze sia idonea a sviare la clientela
dell’azienda ceduta”, precisando nel comma successivo che “il patto di
astenersi dalla concorrenza in limiti più ampi di quelli previsti dal comma
precedente è valido, purché non impedisca ogni attività professionale
dell’alienante”.

La ratio della norma è chiara: si vuole assicurare all’acquirente il
tranquillo godimento dell’azienda, che potrebbe evidentemente rivelarsi
meno tranquillo se al cedente fosse consentito di riprendersi di fatto l’
“utenza” che egli ha “alienato”, senza però – come abbiamo appena letto –
incidere eccessivamente nella libertà professionale di quest’ultimo; nella
pratica, quindi, bisogna verificare caso per caso (ed è un’indagine che
eventualmente spetta infine al giudice di merito) se l’attività commerciale
che il venditore abbia riavviato, pur magari identica a quella ceduta, si
presenti – rispetto al luogo d’esercizio e alle “altre circostanze” –
idonea a porsi, nel concreto, in termini veramente concorrenziali rispetto
all’altra.

Anche queste ultime considerazioni, comunque, fanno ritenere difficilmente
configurabile un divieto di concorrenza a carico di chi cede una farmacia;
potremmo ipotizzarlo, al più, con riguardo all’esercizio relativo ad una
sede farmaceutica confinante con quella inerente all’azienda ceduta, e però
anche in tal caso ci pare che proprio la ripartizione del territorio in
sedi farmaceutiche, il contingentamento degli esercizi che ne consegue e
l’obbligo di rispettare una distanza minima (pilastri tuttora fondanti del
nostro sistema farmacia), escludano – in principio – qualunque idoneità
della nuova farmacia, ipoteticamente attivata dall’alienante pur in una
sede contermine, a “sviare la clientela” di quella ceduta.

È una questione, peraltro, tuttora in attesa che qualcuno l’approfondisca
un po’ meglio, ma che per Lei – considerata la difficilissima situazione
del venditore – sembra tuttavia priva di un vero rilievo.

Siamo infine ai debiti aziendali, il cui accollo da parte del cessionario,
anche quando sia contrattualmente escluso (come spesso è), consegue di
diritto – lo si è già accennato – alla cessione, e però senza liberazione
del cedente “se non risulta che i creditori vi hanno consentito” (art. 2560
cod.civ.).

Costoro, se non hanno prestato il consenso, possono perciò rivolgersi
indifferentemente sia contro l’alienante che contro l’acquirente (la
classica solidarietà passiva), salvo il diritto di quest’ultimo, quando
sia lui a pagare, di rivalersi nei confronti del primo; proprio per tale
sua esposizione alle pretese dei creditori aziendali, si tende a prevedere
nel contratto – quando naturalmente l’ammontare dei debiti residui non sia
stato appunto oggetto di accollo liberatorio per il cedente (e, per questo,
non sia stato quindi decurtato dal prezzo di cessione) – che il pagamento
di una parte del corrispettivo avvenga in un tempo successivo al
trasferimento, sul quale l’acquirente possa dunque, ove del caso,
esercitare le dette sue ragioni di rivalsa.

Ma, come si diceva, l’accollo opera soltanto per i debiti risultanti “dai
libri contabili obbligatori”; è una norma indubbiamente a tutela della
buona fede dell’acquirente, che però, nel testo oggi vigente dell’art.
2112 del cod.civ., cede dinanzi all’esigenza di protezione dei lavoratori
dipendenti dell’impresa.

Infatti, questi ultimi, a seguito delle varie successive riscritture di
quella disposizione del codice (alfine modificata ed integrata dal d.lgs.
276/03), non soltanto hanno ora il diritto di “continuare” il rapporto di
lavoro con il nuovo titolare dell’impresa (egli, se vorrà, potrà bensì
“esercitare il recesso” nei confronti dei lavoratori “ceduti”, ma potrà
farlo soltanto invocando, secondo le regole ordinarie, un giustificato
motivo o una giusta causa, senza in ogni caso poter dedurre a tal fine il
trasferimento d’azienda), ma vedono solidalmente obbligati nei loro
confronti il venditore e l’acquirente “per tutti i crediti” maturati “al
tempo del trasferimento”, indipendentemente, perciò, sia dalle risultanze
di quello che oggi è il c.d. libro unico del lavoro, che anche – attenzione
– dalla loro conoscenza o conoscibilità da parte del cessionario (tale
smisurata ampiezza della responsabilità solidale dell’acquirente in materia
di lavoro trae la sua origine, in particolare, dalle norme comunitarie).

Il che però, beninteso, non vale per i rapporti di lavoro cessati od
esauriti in data anteriore alla cessione (e nei quali, perciò, l’acquirente
non subentra), cosicché le eventuali ragioni creditorie di questi
lavoratori sono trattate esattamente come tutti gli altri debiti aziendali,
e quindi anch’esse vanno considerate oggetto di accollo obbligatorio da
parte dell’acquirente soltanto alla luce e nei limiti delle evidenze
contabili dell’impresa.

Anche sul tema dei rapporti di lavoro, perciò, Le abbiamo fornito qualche
elemento per una migliore Sua valutazione dei problemi che vi ineriscono.

Da ultimo, i debiti verso il Fisco sui quali pure Lei può comprensibilmente
nutrire qualche perplessità: tuttavia, anche qui – è vero – c’è l’accollo
di diritto dell’acquirente (che è peraltro in ogni caso escluso per quel
che riguarda le imposte dirette conseguenti alla cessione – quelle sulla
c.d. plusvalenza, per intenderci – che restano infatti ad esclusivo carico
dell’alienante), ma esso è circoscritto alle risultanze del certificato
previsto nell’art. 14 del d.lgs. 472/97, che sarà quindi bene acquisire in
tempo utile rispetto alla stipula del rogito definitivo di vendita (tenendo
presente che può richiederlo anche l’acquirente).

Se è negativo (ovvero non rilasciato “entro i quaranta giorni successivi”
alla richiesta) il certificato, precisa la norma citata, “ha pieno effetto
liberatorio del cessionario” talché non ci sarà per lui nessun accollo sul
piano fiscale, mentre, se evidenzierà un qualunque ammontare di imposte
(dovute dall’alienante all’Amministrazione finanziaria), l’acquirente ne
risponderà in solido con il venditore, ma limitatamente a quel solo
ammontare.

A questo punto, venendo concretamente alla proposta che sembra esserLe
stata formulata dalla controparte, l’accollo di alcuni debiti aziendali
(che però, perché abbia un senso per il venditore, deve essere ovviamente
per lui liberatorio) può certo rivelarsi per l’acquirente una soluzione in
qualche modo vantaggiosa, dato che, oltre a comportare una sicura riduzione
per pari ammontare del prezzo pagato, si risolve probabilmente nel
pagamento dilazionato di almeno una parte dell’importo accollato.

Sennonché, non è affatto scontato – pur se questo costituirebbe
eventualmente un problema soltanto per l’alienante – che tutti i creditori
da voi individuati lo liberino nel concreto dai debiti accollati, e
pertanto egli si troverebbe esposto alle azioni di coloro che non vi
avranno formalmente prestato il consenso; ma, soprattutto, i debiti
espressamente rimasti a carico del venditore (ad esempio, come Lei precisa,
quelli “verso le banche”) La esporrebbero alla responsabilità solidale cui
si è accennato poco fa, con tutti i rischi che, vista la situazione, è
agevole intuire.

È chiaro dunque che varrebbe semmai la pena che l’accollo (più o meno
liberatorio per il venditore, ma, come accennato, dipende dai creditori)
riguardasse sostanzialmente l’intera posizione debitoria risultante dalla
situazione patrimoniale della farmacia al momento della stipula del
contratto definitivo di vendita; e anzi, la prudenza suggerirebbe che il
riscontro fosse operato addirittura con riferimento alla data, che è
generalmente successiva a quella del rogito, di consegna dell’esercizio.

Ma c’è ancora un problema che può mettere in serio pericolo, e ancor più
degli altri, l’ipotetico Suo acquisto della farmacia, e deriva dalla
possibile (ma bisognerebbe dire probabile, stando alla comune esperienza di
tutti noi) sussistenza di una importante esposizione debitoria anche
personale del titolare della farmacia, che infatti – secondo i principi
generali riguardanti gli imprenditori in forma individuale, e non anche,
come abbiamo visto altre volte, i possessori di quote di snc o sas – si
confonde interamente con quella aziendale.

Qualsiasi creditore, tanto della persona fisica dell’imprenditore che
dell’impresa come tale, può cioè aggredire, ricorrendone gli altri
presupposti, sia i di lui beni personali (il quadro di Picasso che egli
detenga nella propria abitazione) sia quelli aziendali (la merce giacente
nell’esercizio), ma può anche, ecco il punto, proporre l’azione revocatoria
dell’atto di disposizione della farmacia (che in pratica priverebbe di
efficacia la vendita pur già effettuata) e persino agire – sia prima che
dopo la cessione – in via cautelare (sequestro conservativo).

Per non parlare (perché il discorso si allungherebbe ulteriormente) del
neppure troppo ipotetico fallimento del Suo interlocutore, che vi
resterebbe infatti esposto anche dopo il trasferimento aziendale, ed
esattamente “entro un anno” decorrente “dalla cancellazione dal registro
delle imprese” o dal “momento dell’effettiva cessazione dell’attività”.

In conclusione, ribadendo l’assunto iniziale, quali che siano i
funambolismi che sul piano giuridico possono nella pratica architettarsi,
in una vicenda come sembra esser questa è pressoché impossibile garantirsi
contro tutto.
(g.bacigalupo)

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