Sediva News del 13 ottobre 2009

Se il farmacista-collaboratore è anche un medico – QUESITO

Il mio collaboratore “notturnista” è anche iscritto all’Albo dei medici ed
esercita la professione per metà giornata (è un dermatologo) in uno studio
ubicato a 100 mt dalla farmacia. Gli è consentito l’esercizio contemporaneo
delle due professioni?

Aggiungiamo di aver ricevuto in questi giorni un altro quesito relativo,
curiosamente, ad una vicenda molto vicina alla Sua, nella quale un
farmacista collaboratore (ma “diurno”) è diventato negli ultimi anni anche
dentista, e – proprio come quel dermatologo – divide ora la sua giornata
tra le due professioni; le questioni possono quindi essere esaminate
congiuntamente.
Come il quesito lascia in ogni caso intendere, anche Lei conosce
probabilmente l’art. 102 TU San., il cui I comma, dopo aver affermato che
“il conseguimento di più lauree o diplomi dà diritto all’esercizio
cumulativo delle corrispondenti professioni o arti sanitarie” (farmacista,
medico-chirurgo, veterinario, ostetrica, infermiere, tecnico di radiologia,
ecc…), vieta però testualmente il cumulo dell’”esercizio della farmacia”
con quello “di altre professioni o arti sanitarie”.
Senonché, sembrerebbe che in quell’“esercizio della farmacia” il termine
“farmacia” sia assunto non tanto nell’accezione di professione sanitaria
(consistente nella preparazione=spedizione dei medicamenti e/o nella loro
vendita al pubblico), ma piuttosto nell’altra, evidentemente circoscritta,
di impresa economica avente per oggetto l’esercizio di quella professione,
anche perché si può pensare che, diversamente, il legislatore – e
soprattutto quello del 1934 – avrebbe forse sancito il divieto di
“esercizio cumulativo” (con quello di “altre professioni o arti sanitarie”)
della professione di “farmacista”, e non dell’ “esercizio della farmacia”,
visto che, elencando le professioni e le arti sanitarie dell’epoca (poi
nel tempo moltiplicatesi, specie le seconde), l’art. 100 richiama
semplicemente quella, appunto, di “farmacista”, senza alcun riferimento
alla farmacia e/o al suo esercizio.
Anche nel TU del 1934, perciò, “professione di farmacista” ed “esercizio
della farmacia” sembrano due vicende consapevolmente distinte, pur se la
seconda – considerata dal punto di vista del titolare dell’impresa – si
omologa fatalmente alla prima e quasi vi si confonde.
E se così fosse (parrebbe però che non tutti condividano questa
interpretazione, anche se, per la verità, i due farmacisti-medici
dovrebbero risultare regolarmente iscritti ad ambedue gli Albi
professionali…), quel divieto di cumulo dovrebbe intendersi rivolto al
titolare di farmacia in forma individuale e verosimilmente anche al socio
di società di farmacisti, ma non al direttore responsabile, né, ancor meno,
al semplice collaboratore, sempreché naturalmente costoro svolgano
l’“altra professione” all’ esterno, sotto qualsiasi aspetto, di una
qualunque farmacia.
Del resto, la ratio della disposizione, e pure del II comma dell’art.
102, è quella – come sottolinea una decisione della Suprema Corte del 2006
– di “evitare commistioni di interessi tra medici che prescrivono medicine
e farmacisti interessati alla vendita”, e quindi non si vedrebbe come il
collaboratore, o anche il direttore responsabile, possano considerarsi,
almeno in astratto, “interessati alla vendita” di farmaci; come è vero
anche, per la stessa ragione, che l’”altra professione” – non cumulabile
con l’esercizio della farmacia – potrebbe essere in realtà soltanto quella
medica, dato che soltanto i medici, se non sbagliamo, “prescrivono
medicine”.
Insomma, la disposizione di cui al I comma dell’art. 102 – che, non va
dimenticato, come norma restrittiva deve del pari essere interpretata
restrittivamente – potrebbe vietare l’”esercizio cumulativo” con altre
“professioni o arti sanitarie” , e specie con quella medica, della sola
titolarità di farmacia (sia in forma individuale che societaria e anche –
ricordando una sentenza del Consiglio di Stato del 2004 – per “interposta
persona”) ma non della professione di farmacista in sé per sé, e quindi
neppure ove esercitata come collaboratore o direttore responsabile.
E però, ove poi nel concreto quest’ultimo svolga l’ “altra professione”
favorendo con modalità e/o risultanze non equivoche (e magari un
dermatologo questo può potenzialmente farlo meglio di altri specialisti, e
ancor più di un dentista) l’esercizio stesso nel quale egli svolge quella
di farmacista o un qualsiasi altro esercizio – e quando, beninteso, tale
“illecita sinergia” finisca per assicurargli, anche indirettamente, qualche
profitto della/dalla farmacia – la questione può per lui ricadere (quando
egli non incappi addirittura nell’art. 170: comparaggio dal lato del
medico) nella fattispecie contravvenzionale prevista nel II comma dello
stesso art. 102 TU.
Questa disposizione, come noto, vieta per suo conto ai sanitari – sempre
intesi come esercenti di professioni o di arti sanitarie diverse da quella
di farmacista – “qualsiasi convenzione con “farmacisti” (che, per quanto si
è osservato, dovrebbe però leggersi “titolari di farmacia”: ndr.) sulla
partecipazione agli utili della farmacia”; la finalità ultima è la stessa
del I comma (“evitare commistioni…”), ma i suoi soli destinatari sono
proprio gli (altri) “sanitari” (che poi – stando sempre alla ratio –
possono anche qui essere in realtà soltanto i medici), e non i titolari
delle farmacie da loro “partecipate”.
Inoltre, resta fermo in ogni caso il coinvolgimento del farmacista-medico
anche sul piano deontologico da parte di ambedue gli Ordini di
appartenenza.
Per il titolare di farmacia, invece, in tali evenienze può porsi – in
qualche ipotesi, per così dire, “estrema” – un problema di concorrenza
sleale nei confronti degli altri esercizi, ma ancor più egli dovrà
guardarsi – ed in fattispecie anche meno “estreme” – dalle possibili
conseguenze sul versante della vigilanza delle farmacie (con il rischio
dunque – come peraltro anche nel caso d’infrazione da parte sua del divieto
di cumulo – di una diffida prima, e persino della decadenza poi), per
tacer di quel che prevede l’art. 171 TU. (comparaggio dal lato del
farmacista); infine, potranno anche qui aversi ricadute dal punto di vista
disciplinare – e gli Ordini dei farmacisti sono giustamente molto attenti e
sensibili sotto questi profili – considerato il disposto dell’art. 3, II
comma, lett. b) e soprattutto degli artt. 13 e segg. del Codice
deontologico del farmacista.
Ma con tutto questo (che riguardava comunque questioni-limite, perchè
quanti altri farmacisti-medici si possono rinvenire in Italia?…) non
intendiamo certamente – sia ben chiaro – negare la piena ammissibilità di
tante forme di sinergia invece lecita tra i farmacisti e gli altri sanitari
(medici compresi), alcune delle quali, per di più, hanno ora ricevuto
formale legittimazione dal decreto legislativo sui nuovi servizi in
farmacia, varato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 2 ottobre.
L’art. 1 del testo finale del provvedimento, infatti, apre
definitivamente all’erogazione – da parte della farmacia come tale, si badi
bene – sia di “specifiche prestazioni professionali” svolte da altri
“operatori socio-sanitari” (messi “a disposizione” appunto dalla farmacia
come tale) al domicilio dei pazienti “che risiedono o hanno il proprio
domicilio (novità dell’ultim’ora, ma scarsamente significativa, come
vedremo meglio in altra circostanza) nel territorio della sede di
pertinenza”, e sia – questa volta addirittura “presso la farmacia”- di
certe “prestazioni infermieristiche o fisioterapiche”, e non soltanto di
quelle effettuate nell’ambito dell’erogazione di servizi ai singoli
assistiti (e c.d. di secondo livello), ma anche di quelle (altra novità, ma
importantissima) “necessarie allo svolgimento dei nuovi compiti delle
farmacie, individuate con decreto ecc…” (art. 1, comma II, lett. a), punto
4), e pertanto verosimilmente inserite anche nei servizi alla generalità
degli assistiti (e c.d. di primo livello).
Anche i nuovi servizi, dunque, sembrano spingere con un certo vigore verso
una collaborazione anche ravvicinatissima tra le farmacie e altri
sanitari, giungendo persino, come si è appena rilevato, a configurare
l’erogazione di prestazioni socio-sanitarie e sanitarie in senso stretto
(escluse comunque quelle mediche) da parte dell’ impresa di farmacia,
destinata così, in ultima analisi, a rivestire nel sistema il ruolo di
autentica struttura sanitaria, al pari – sia pure, diciamo, “in piccolo” –
dell’odierna casa di cura (convenzionata o non convenzionata), che infatti,
come sappiamo, assume essa stessa la titolarità di certe prestazioni (ad
esempio, radiologiche) svolte al suo interno da esercenti professioni o
arti sanitarie.
Sotto questo aspetto, perciò, nonostante la “Relazione illustrativa” al
d.lgs. precisi espressamente di non aver potuto accogliere la
“raccomandazione” della 12ª Commissione del Senato di “introdurre una
modifica all’art. 102” del TU. San. “con l’eliminazione del divieto di
esercizio della farmacia con quello di altre professioni sanitarie” (anche
questo documento, lo si rileverà, sembra circoscrivere il divieto di
cumulo all’impresa di farmacia, più che al farmacista “tout court”…), nel
concreto invece – se per un momento ignoriamo la ricordata finalità
dell’art. 102, tenendo piuttosto conto dei suoi riferimenti testuali agli
altri sanitari in generale (e non quindi coincidenti con i soli medici) –
il provvedimento finisce per introdurre, tacitamente finché si vuole, vere
e proprie deroghe tanto al I, come pure al II comma dell’art. 102, dato
che, guardando bene, anche il divieto di “partecipazione agli utili della
farmacia” è stato ora sicuramente rimosso, almeno per quei sanitari (sempre
diversi dai medici) che la farmacia aderente ai nuovi servizi metterà “a
disposizione” e che potrà infatti retribuire anche, perché no?, proprio con
una “partecipazione agli utili” d’esercizio.
Nulla di nuovo invece, per il momento, con riguardo ai rapporti tra
farmacisti e medici, che continuano pertanto a viaggiare sui crinali che
conosciamo.
Tuttavia, per fare l’esempio più tangibile, la vicinanza tra farmacie e
studi o ambulatori medici (senza ovviamente alcuna “comunicazione interna”
tra i due locali) non soltanto, in sé e per sé considerata , non può
certo configurare un illecito sotto alcuno dei profili qui accennati (ne
abbiamo dato comunque ampio conto nella Sediva News del 10/04/2008), ma
costituisce anzi una sicura qualità dell’azienda-farmacia, che quindi il
suo titolare deve porsi – gli piaccia o no – addirittura come un obiettivo
primario (anche se, nonostante sia dato leggere opinioni molto più
disinvolte, noi non pensiamo possa ritenersi consentita al farmacista, ad
esempio, la messa a disposizione gratuita di uno o più medici di medicina
generale di locali ad uso studio o ambulatorio, perché questo può tuttora
confliggere con l’art. 102).
Se, infatti, è corretta la sequenza paziente-medico-ricetta-farmacia, e se
dunque l’assistenza farmaceutica “segue” quella medica, allora ove questa
non c’è, o è carente, l’altra ne può seguire le sorti, come però può essere
vero anche il contrario, cosicché, in sostanza, una farmacia vicina allo
studio medico, avvantaggiando indubbiamente l’assistito, finisce per
agevolarne l’accesso anche alla prestazione del medico elevando, per ciò
stesso, il livello generale della sua professione.
Nello svolgimento della sua libertà di iniziativa economica –
riconosciutagli anche dalla Costituzione – ci pare, in conclusione, che il
titolare di farmacia possa/debba gestire l’esercizio senza dover temere
più di tanto neppure l’art. 102 TU., perché egli certo non ignora quel che
in effetti il sistema normativo davvero gli vieta, e quindi ben sa che
tutto il resto gli è permesso.

(g.bacigalupo)

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