La ruralità della farmacia – QUESITO

La mia è l’unica farmacia di un comune di oltre 5.000 abitanti, che è
sempre stata aperta nel capoluogo di 2.800 abitanti; non sono mai riuscito
a far riconoscere rurale la farmacia nonostante la sua ubicazione.

Sono farmacie rurali quelle “ubicate in comuni, frazioni o centri abitati
con popolazione non superiore a 5.000 abitanti” (art. 1, lett. a, l.
221/68), mentre “ai fini della determinazione della indennità di residenza
di cui……omissis….. si tiene conto della popolazione della località o
agglomerato rurale in cui è ubicata la farmacia prescindendo dalla
popolazione della sede farmaceutica prevista dalla pianta organica” (art.
unico, l. 40/73).
Queste le due disposizioni che ci interessano, la cui lettura congiunta,
però, non ha sempre condotto tutti alle stesse conclusioni, tanto è vero
che nel corso di questi anni la Cassazione e il Consiglio di Stato hanno
trovato spesso il modo di divergere tra loro sulla ruralità/non ruralità
della farmacia, e anche sull’esatta portata della l. 40/73 (ancorché
questa, giova ricordarlo, sia una legge dichiaratamente interpretativa, e
quindi si tratti, provenendo dallo stesso legislatore, di interpretazione
c.d. autentica), e il pomo della discordia è stato soprattutto – e lo è
tuttora, come vedremo tra un momento – il solito “bacino d’utenza”, ancora
una volta chiamato dunque in ballo…
Ma almeno sul problema in generale della ruralità quelle distanze si sono
accorciate ben presto (più o meno negli anni ’80), e anche i due supremi
giudici sembrano ormai stabilmente d’accordo che si possa/debba
“prescindere” dalla “popolazione della sede farmaceutica” – per guardare
esclusivamente a quella della “località” o dell’agglomerato rurale –
soltanto (come recita l’incipit stesso della “leggina”) “ai fini della
determinazione della indennità di residenza”, ma non al fine, che però ne è
ovviamente a monte, della classificazione delle farmacie in urbane e
rurali, nella quale va invece considerata la popolazione del comune, della
frazione o del centro abitato.
Quindi, per rispondere anche al quesito, quando – come nel Suo caso – il
comune conta più di 5.000 abitanti (con riguardo agli ultimi dati
dell’Istat ) e la farmacia è unica, è sicuramente urbana, ovunque essa
sia ubicata (nel capoluogo, in una frazione, o in qualsiasi altro centro
abitato), perché in tale evenienza – applicandosi soltanto l’art. 1 della
l. 221/68 e non affatto la l. 40/73 – non si può/deve “prescindere” dalla
“popolazione della sede farmaceutica”, e anzi si può/deve tenerne conto;
mentre, stando sempre al solo principio generale di classificazione di cui
all’art. 1, laddove le farmacie siano invece più di una ma ubicate in
frazioni o centri abitati con popolazione inferiore al limite, possono
addirittura essere tutte rurali.
Diversamente, se il comune conta meno di 5.000 abitanti, la farmacia – e
qui nessuno ha mai avuto dubbi – è sicuramente rurale (come sicuramente
rurale è l’eventuale secondo o terzo o quarto esercizio….), e soltanto
allora – appunto “ai (soli) fini della determinazione…” – si può/deve
guardare agli abitanti residenti nella località o nell’agglomerato (e
questa volta l’Istat può non bastare, rendendosi necessarie altre fonti)
dove effettivamente l’esercizio è attivato, “prescindendo” pertanto,
secondo la l. 40/73, dalla “popolazione della sede”.
Purtroppo, però, non finisce qui, perché, come i farmacisti rurali ben
sanno, i casi concreti sono ancor oggi tanti e diversi tra loro, quanto
però non riconducibili talvolta a soluzioni univoche, specie quando si
tratti di determinare l’indennità di residenza spettante al titolare di
farmacia rurale, e quindi – prima ancora – la consistenza demografica da
assumere a questo scopo.
Valga per tutti, ad esempio, l’annoso problema delle “case sparse” (e/o
degli insediamenti minori) i cui abitanti continuano ad essere scientemente
ignorati dal Consiglio di Stato (per il quale l’unico parametro
utilizzabile, infatti, è rigorosamente quello della “popolazione
residente” nella località ove la farmacia è ubicata, e nessun altro), e che
invece la Suprema Corte continua scientemente a considerare meritevoli
di essere ad essa “accorpati”, sia pure al ricorrere di certe circostanze
socio-demo-geografiche, ma ri-evocando così in qualche modo proprio quel
“bacino di utenza” (della farmacia) dalla l. 40/73 dichiarato
sostanzialmente inconferente.
Resta dunque tuttora elevato il numero delle controversie sottoposte al
vaglio giurisdizionale, e però il peso economico (spesso ben più rilevante
della mera indennità di residenza), che può rappresentare il
riconoscimento della ruralità per effetto della riduzione degli ”sconti”
al SSN di cui può beneficiare il farmacista rurale, ove “sussidiato”,
giustifica ampiamente il ricorso al giudice; a questo proposito, merita
comunque di essere segnalata una felice inversione di tendenza che
sembrerebbe oggi in atto nella giurisprudenza proprio in tema di riduzione
degli “sconti”, che fino a ieri i Tar hanno infatti sempre subordinato ad
una effettiva erogazione dell’indennità, mentre ora parrebbe sufficiente a
tal fine – indipendentemente dalla materiale sua liquidazione – che la
farmacia rurale sia ubicata in una località con popolazione inferiore ai
3000 abitanti (dato che, se superiore, il “sussidio” cessa notoriamente
di essere un diritto soggettivo del titolare dell’esercizio), e perciò, in
definitiva, che l’indennità gli spetti.
In ogni caso, si può credere che la nuova Convenzione farmaceutica –
chiamata, oltre alle tante altre questioni da dirimere (ne abbiamo
fatto cenno anche nella Sediva news del 16/09/2009), ad individuare
altresì i (nuovi) criteri per la determinazione sul piano regionale dell’
indennità di residenza – riesca a dare qualche buona soluzione anche
a taluno di questi problemi.
(g.bacigalupo)

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