Sediva News del 23 luglio 2009

La questione (non semplice) del canone Rai per il televisore in farmacia
Sull’argomento “canone rai” per televisori e/o monitors detenuti in
farmacia ho due dubbi che i vostri interventi – pur se sempre chiari e
puntuali – non hanno tuttavia ancora del tutto chiarito, e precisamente:
1) dovrei versare il canone speciale Rai anche per un apparecchio 
collocato nel retro della farmacia che utilizzo per ingannare la noia
durante i turni festivi, pur pagando regolarmente il canone per i
televisori che ho a casa?
2) se volessi collocare un televisore per trasmettere messaggi pubblicitari
all’interno della farmacia, e facessi disabilitare il sintonizzatore da un
tecnico – il quale rilascerebbe, poi, un attestato dell’avvenuta
disabilitazione dell’apparecchio – oppure, in alternativa, ne chiedessi
alla Rai il blocco, sarei ugualmente tenuto nei due casi a pagare il canone
speciale?

I numerosi dubbi fioccati sul tema – sollevati anche dalla campagna di
invito al pagamento del canone speciale recentemente promossa dalla RAI nei
confronti dei vari esercizi commerciali – ci danno occasione per un
ulteriore e (speriamo) proficuo approfondimento.
Dunque, ai sensi dell’art. 2 del D. l.vo. Luog. 21.12.1944 n. 458, “qualora
le radioaudizioni (allora, infatti, esisteva solo la radio ma la norma non
è stata mai modificata, neppure dopo l’avvento della tv) siano effettuate
in esercizi pubblici o in locali aperti al pubblico o comunque fuori
dell’ambito familiare, o gli apparecchi radioriceventi siano impiegati a
scopo di lucro diretto o indiretto, l’utente dovrà stipulare uno speciale
contratto di abbonamento con la società concessionaria (oggi la RAI,
ovviamente)”.
Stando quindi al dato testuale della disposizione, sembra proprio che
l’obbligo di versamento del canone RAI per l’abbonamento speciale ricorra
ogniqualvolta l’apparecchio sia detenuto comunque al di fuori dell’ambito
familiare, a prescindere dunque dall’eventuale collocazione in locali
aperti al pubblico, ovvero dall’impiego a scopo di lucro (diretto o
indiretto) del mezzo stesso (destinazione questa, insomma, che imporrebbe
il pagamento del canone “speciale” – così ci pare di capire – ovunque
l’apparecchio sia detenuto).
La natura poi di “speciale contratto”, come espressamente lo definisce la
norma (al riguardo, vedi anche la disposizione dell’art. 27 del r.d.
246/38), non pone dubbi sul fatto che l’abbonamento in discorso sia un
qualcosa di distinto – e perciò aggiuntivo per gli utenti per i quali
ricorrano ambedue le situazioni – rispetto a quello già in essere per la
detenzione di uno o più televisori in ambito familiare e/o domestico (cioè,
per le “utenze private”, giusta la definizione dell’art. 1 dello stesso D.
l.vo. Luog n. 458/44).
Alla luce di queste pur sintetiche considerazioni, allora, la risposta al
Suo primo interrogativo deve senz’altro – temiamo – essere positiva, e
quindi, in sintesi, per il televisore detenuto comunque nell’esercizio (e,
per ciò stesso, inequivocabilmente al di fuori dell’ambito familiare, pur
se, poniamo, non collocato in locali aperti al pubblico o accessibili al
pubblico) la farmacia sarà tenuta al versamento del canone speciale –
appunto in aggiunta a quello assolto dal titolare per il televisore
domestico – pur quando l’apparecchio non sia utilizzato direttamente per
l’attività d’impresa (come mezzo di diffusione pubblicitaria e/o di
comunicazione), ma rappresenti semplicemente, ad esempio, un mezzo di puro
intrattenimento del titolare e/o dei soci e/o dei loro dipendenti o
collaboratori durante il “notturno” od il “festivo”, perché va da sé che
anche in tal caso esso verrebbe in ogni caso utilizzato nel contesto
dell’esercizio della farmacia.
Riguardo al secondo quesito, invece, occorre considerare che la regola
generale in materia di abbonamento alle radioaudizioni, enunciata dall’art.
1 del citato r.d. 246/38, obbliga al pagamento del canone “chiunque detenga
uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle
radioaudizioni”.
Il presupposto fondamentale, quindi, dell’obbligo di versamento del canone
di abbonamento (speciale od ordinario che sia, naturalmente) è
dichiaratamente quello della detenzione di un apparecchio potenzialmente
idoneo alla ricezione del segnale televisivo.
Ma questo, attenzione, implica che l’esenzione dal canone spetta soltanto:
a) se l’apparecchio “nasce” di per sé inidoneo alla ricezione del segnale
televisivo, come è il caso, ad esempio, del monitor “puro”, ovvero del
lettore di video-cassette, cd, o dvd, che si limitano infatti a leggere il
segnale del supporto (appunto la video-cassetta, il cd, o il dvd che sia);
b) ovvero, se l’apparecchio, pur tecnicamente abilitato dalla “nascita”
alla ricezione di un segnale televisivo, viene successivamente e
irreversibilmente a questa finalità disabilitato.
In tale ultima evenienza, però, il problema diventa evidentemente quello
di dimostrare che una disabilitazione del sintonizzatore ci sia
effettivamente stata e, come si diceva, sia stata operata in modo
irreversibile e definitivo. E l’onere di questa dimostrazione ricade
fatalmente sul detentore dell’apparecchio, perché la detenzione di un mezzo
potenzialmente idoneo alla ricezione del segnale televisivo costituisce,
quantomeno, una “presunzione” a favore dell’amministrazione finanziaria
circa la debenza del canone, il quale del resto – non dimentichiamolo – è
in realtà una sorta di “tassa di possesso” indipendente dall’effettivo
utilizzo dell’apparecchio.
Ci pare allora che il blocco/sigillo del sintonizzatore da parte della RAI
possa rivelarsi una scelta migliore (rispetto a quella del ricorso ad un
tecnico “privato”), considerato – come è intuibile – che l’operazione
verrebbe in tal caso compiuta dallo stesso ente che per legge è il
destinatario del canone.
E se, per concludere, dobbiamo proprio esprimere una preferenza tra le due
ipotesi sopra indicate con a) e b), ci sembra di doverla orientare – se non
altro per bieco pragmatismo – verso la prima, suggerendo perciò di …
sostituire semplicemente l’apparecchio televisivo con un monitor “puro”,
evitando così, perdipiù, anche le spese e le perdite di tempo che
sicuramente comporterebbe l’operazione non semplicissima (chiunque vi
provveda) di disabilitazione dell’apparecchio.

(s.civitareale)

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