Sediva News del 20 luglio 2009

L’inerenza del “vero autocarro” – QUESITO

Seguo attentamente le vostre news perché mi consentono un rapido
aggiornamento su quel che può interessare il mondo della farmacia.
In merito alla questione del “vero autocarro”, da voi trattata più volte e
anche recentemente, vorrei sapere, dopo aver acquistato una vettura con i
tre requisiti, se e come devo documentarne l’uso aziendale.

Il quesito, così sintetizzato, pone in realtà parecchie questioni sul “vero
autocarro”, alle quali perciò rispondiamo.
Intanto, ricordiamo che i veicoli rispondenti agli ormai noti tre
requisiti tecnici possono essere omologati dalla Motorizzazione civile,
su richiesta della casa produttrice, nella duplice modalità di autocarro e
autovettura, e che spetta dunque all’acquirente richiederne
l’immatricolazione nell’una o l’altra modalità.
Dando per scontato che Lei abbia optato per l’immatricolazione come
autocarro, l’autentico problema da risolvere è quello solito dell’inerenza
del bene all’attività (qui, di farmacia), perchè, come sappiamo, il Fisco
può sempre valutare la sussistenza o l’insussistenza, nel singolo caso
concreto, dell’imprescindibile requisito della strumentalità di un bene
(che qui sarebbe naturalmente il Suo autocarro) allo svolgimento
dell’attività, e quindi, appunto, la sua effettiva inerenza all’esercizio
dell’impresa, essendo proprio questa a permettere (ricorrendone ovviamente
tutti gli altri presupposti) la deducibilità – talora comunque soltanto
parziale – del costo di acquisizione e/o di manutenzione del bene.
D’altro canto, le norme che regolano in generale il reddito d’impresa
devono essere applicate alla moltitudine di attività esistenti e pertanto
non pongono in principio limiti di deducibilità neppure con riguardo ai
veicoli aziendali, né perciò limiti numerici, né limiti di tipologia.
Una lussuosa berlina di grossa cilindrata, poniamo, è sicuramente
strumentale (e dunque deducibile al 100%) per un’impresa di autonoleggio,
mentre non può ragionevolmente esserlo per una farmacia, per la quale in
tal caso – bene che vada al suo titolare – scatterebbe infatti, ai fini
Irpef, il ben noto doppio limite (40% del costo di acquisto con il “tetto”
di € 18.076,00, corrispondenti ai vecchi 35 milioni di lire), e, ai fini
dell’Iva, la detraibilità del 40%.
Quando, invece, si tratti di beni non oggettivamente strumentali, come è
proprio il caso – sempre per una farmacia – di una vettura omologata ed
immatricolata come autocarro, la valutazione della loro inerenza o meno
all’esercizio dell’impresa finisce – “pericolosamente”, giova precisare –
per essere riservata (anche se non in via esclusiva, perché, beninteso, il
contribuente può legittimamente sempre contrastare valutazioni arbitrarie
del Fisco) ai controllori della contabilità, che quindi, specie quando il
mezzo abbia caratteristiche e allestimenti prevalentemente da trasporto di
cose ed il titolare sia in grado di provare in modo adeguato il suo
utilizzo non estemporaneo a fini imprenditoriali (si pensi ad una farmacia
che provveda con regolarità a ritirare i farmaci direttamente nella sede,
ad esempio, della cooperativa di cui il titolare sia socio), potranno anche
riconoscere la stretta strumentalità dell’automezzo rispetto all’impresa, e
perciò, in definitiva, ammetterne interamente tout court la deducibilità,
sia ai fini irpef che iva.
Diversamente, il rischio è sempre quello di “incappare” in verbali del
Fisco deludenti, o parzialmente deludenti. Siamo, insomma, alle solite:
quali limiti autentici incontra – nei confronti dell’Amministrazione
finanziaria – l’autonomia dell’imprenditore nell’esercizio dei suoi poteri
di organizzazione aziendale? E’ cioè consentito al titolare di farmacia,
per fare un altro esempio, utilizzare nel disbrigo del suo lavoro penne
di platino per scrivere, o cucitrici d’oro per spillare le ricette che
spedisce? Certo, almeno in questi due casi-limite, la risposta sembrerebbe
sicuramente negativa, perché sarebbe evidentemente arduo dimostrare
l’inerenza e/o la strumentalità di una penna di platino o di una cucitrice
d’oro (per questi beni, perdipiù, l’“uso promiscuo” non sembra concepibile)
allo svolgimento dell’attività, cioè la loro stretta necessità rispetto
all’esercizio della farmacia.
Ma le vicende concrete nelle quali certi beni (per qualità, e/o per costo
unitario, e/o per numero) vengono a collocarsi, magari, all’esatto confine
tra l’inerenza e la non inerenza possono essere infiniti, ed è in queste
evenienze, dunque, che bisogna agire con accortezza, ove possibile
precostituendo (e pronti, sia ben chiaro, a difendere poi il proprio
operato anche dinanzi alle Commissioni tributarie) i migliori sostegni
“probatori” alla deducibilità del loro costo di acquisto e delle spese di
manutenzione e/o gestione.
Per l’autocarro in particolare, queste “prove” – in caso di contestazione
– potrebbero, esemplificando, riguardare:
– le distinte di trasporto: barrare la casella “trasporto a cura del
destinatario” (evitando magari di apporvi nominativi o firme diverse dal
titolare della farmacia), mentre, se si tratta di “resi”, barrare la
casella “trasporto a cura del mittente”;
– la consegna di prodotti a domicilio (specie delle bombole d’ossigeno):
occorre la “distinta di trasporto a cura del mittente”;
– il trasporto di prodotti al dispensario (o alla farmacia succursale): è
sempre necessaria la bolla d’accompagnamento;
– la consegna delle ricette SSN alla ASL;
– la consegna di bombole d’ossigeno (per la ricarica), o del PC o di
altre apparecchiature (per la manutenzione), ed il loro ritiro;
– il trasporto dei beni strumentali acquistati.
In ogni caso, questo è chiaro, il tema è complesso e le soluzioni sono
tutt’altro che univoche, e non è perciò agevole acquisire sempre certezze,
almeno in questa materia.

(f.lucidi)

La SEDIVA e lo Studio Bacigalupo Lucidi prestano assistenza contabile, commerciale e legale alle farmacie italiane da oltre 50 anni!