Sediva News del 13 luglio 2009

Le ferie del personale dipendente

Si tratta di un tema su cui, tenuto conto anche dei quesiti che ci
pervengono, è sempre opportuna qualche notazione almeno di carattere
generale, specie in questo periodo vacanziero.

Dunque, il diritto alle ferie annuali, costituzionalmente sancito dall’art.
36, deriva notoriamente dall’esigenza di tutelare l’integrità psico-fisica
del (cittadino) prestatore di lavoro subordinato; il principio ha comunque
trovato anche attuazione codicistica nell’art. 2109, il quale sancisce che
il periodo annuale di ferie retribuito costituisce un diritto
insopprimibile e irrinunciabile del lavoratore, cui corrisponde l’obbligo
del datore di lavoro di organizzare e dirigere l’attività in modo da
permetterne l’effettiva fruizione.

In attuazione poi della direttiva comunitaria 93/104, l’art. 10 del d.lgs.
66/2003 (uno dei famosi segmenti della ben nota Riforma Biagi),
successivamente integrato con le disposizioni di cui al d.lgs. 213/2004, ha
previsto una durata minima delle ferie, stabilendo che il lavoratore ha
diritto a beneficiarne annualmente per un periodo non inferiore a quattro
settimane (per le farmacie, come sappiamo, è di 26 giorni lavorativi,
calcolando cioè la settimana di sei giorni lavorativi dal lunedì al sabato:
art. 28 CCNL).

Tale periodo deve essere goduto per almeno due settimane consecutive, in
caso di richiesta del lavoratore, nel corso dell’anno di maturazione e, per
le restanti due settimane, nei 18 mesi successivi al termine dell’anno di
maturazione.

E, dato che l’istituto riguarda un diritto indisponibile (per il
lavoratore, evidentemente), e quindi non suscettibile di rinuncia o
transazione, quella durata minima di quattro settimane è inderogabile in
peius sia dall’autonomia contrattuale collettiva che, a maggior ragione, da
quella individuale.

Senonché, nel secondo comma dello stesso art. 2109 c.c. viene specificato
che il periodo di ferie annuale retribuito deve essere goduto nel tempo che
l’imprenditore stabilisce, tenendo conto delle esigenze dell’impresa e
degli interessi del prestatore di lavoro; la disposizione impone dunque al
datore di lavoro di fissare il “periodo feriale” ascoltando le
richieste/esigenze dei lavoratori, obbligando però nel contempo questi
ultimi ad inoltrare la richiesta tempestivamente, così che l’imprenditore
possa operare il giusto contemperamento tra i loro interessi personali e le
esigenze aziendali.

L’eventuale mancato raggiungimento di un accordo – peraltro non complicato
per le farmacie, soprattutto quando siano previsti uno o più periodi (per
libera scelta o per turno) di chiusura dell’esercizio appunto per ferie –
non conferisce tuttavia al prestatore di lavoro il potere di scegliere
unilateralmente i giorni di riposo; è invece necessaria, ove possibile,
l’attivazione di ulteriori mezzi (come il ricorso ad organismi interni di
rappresentanza o alle autorità preposte alla vigilanza), e l’eventuale
contrasto tra gli interessi dell’impresa e quelli del dipendente si risolve
bensì con la prevalenza dei primi, ma solo in quanto obiettivi e
giustificati dalla necessità di far fronte, ad esempio, a determinate
“scadenze” aziendali (in questo senso si è espressa anche la Cassazione,
pur se in giurisprudenza si rinvengono numerose pronunce, sia di merito che
anche di legittimità, che consentono all’impresa di decidere le ferie del
lavoratore con un preavviso minimo, considerato – vi si legge – che,
assentandosi dal lavoro, il dipendente, sia che abbia deciso oppure
“subito” il periodo di assenza per ferie, ha comunque la possibilità di
reintegrare le sue energie psico-fisiche).

In ogni caso, ha chiarito ancora la Suprema Corte, il lavoratore non può,
contro l’espresso diniego dell’imprenditore, assentarsi tout court per
ferie (e/o permessi) in un periodo da lui arbitrariamente scelto che non
coincida con quello indicato dall’imprenditore o, quanto meno, concordato
con le rappresentanze sindacali, ovvero preventivamente stabilito
all’inizio dell’anno, contrastando tutto questo con le esigenze di un
ordinato svolgimento dell’attività tecnico-produttiva dell’impresa.

Bisogna anche aggiungere (sempre avvalendoci degli insegnamenti della
Cassazione) che dalla ricordata indisponibilità del diritto al riposo
consegue altresì, naturalmente, la nullità di qualsiasi rinuncia, anche
preventiva, alle ferie annuali, e questo anche laddove essa sia resa – per
così dire – tacitamente, mediante la precostituzione, ad esempio, di una
maggiore retribuzione destinata a compensare tanto la prestazione
lavorativa che il danno provocato dalla protrazione ininterrotta della
prestazione oltre il limite annuale.

Da ultimo, un cenno al mancato godimento delle ferie annuali da parte del
lavoratore.
In tal caso, spetta al datore di lavoro (cui fa comunque carico, infatti,
l’obbligo di un’organizzazione aziendale che consenta la tempestiva
fruizione del periodo feriale) provare l’esistenza delle effettive esigenze
aziendali che abbiano impedito nel concreto l’utilizzo delle ferie, e però
– precisa un’altra decisione della Suprema Corte (n. 10856 del 2006) – dal
mancato loro godimento, una volta divenuto impossibile per il datore di
lavoro (anche senza sua colpa) adempiere all’obbligo di consentirne la
fruizione, deriva il diritto del lavoratore al pagamento dell’indennità
sostitutiva (la quale ha peraltro natura retributiva, con tutte le
conseguenze anche sul piano previdenziale e assicurativo, dato che essa
rappresenta la corresponsione del valore di prestazioni non dovute e non
restituibili in forma specifica).

Certo, nei rapporti interni di un’azienda (e la farmacia non può fare
evidentemente eccezione) deve sempre prevalere il buonsenso, ed è quindi
bene far di tutto per raggiungere, preventivamente e tempestivamente, un
accordo che consenta un godimento “intelligente” delle ferie, bensì
sempre compatibile con le esigenze del lavoratore, ma anche – questo è
sicuro – con il periodo di chiusura della farmacia.

(gio.bacigalupo)

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