Sediva News del 19 maggio 2009

La tassazione della cessione di azienda gestita in impresa familiare.

La Corte di Cassazione ha recentemente confermato quanto già aveva sancito
in due precedenti pronunce (sull’ultima v. Sediva news del 7/11/2007, ma se
ne fa cenno anche nella Sediva news del 08/05/2009), secondo cui il
principio dell’imputazione del reddito per trasparenza (che caratterizza,
come sappiamo, anche le imprese familiari e che prescinde dalla materiale
percezione da parte di ognuno dei suoi componenti) va applicato anche nel
caso di realizzo di plusvalenze in dipendenza della cessione dell’azienda.

Per i supremi giudici, infatti: “le plusvalenze derivanti dalla cessione di
un’azienda gestita in regime di impresa familiare, così come i redditi
derivanti dall’esercizio della stessa, vanno imputati ai singoli
partecipanti a prescindere dalla loro effettiva percezione”, e quindi “ne
consegue che ai fini della determinazione dell’imposta sul reddito del
singolo partecipante all’impresa familiare, che risulti aver incassato i
proventi della cessione di azienda, occorre stabilire non già se questi
abbia o meno fornito la prova di aver liquidato agli altri partecipanti la
quota ad essi spettante, ma soltanto quale fosse la sua quota di
partecipazione agli utili dell’impresa, e ciò a prescindere anche dalla
indicazione nella relativa dichiarazione”.

E però, nonostante l’orientamento della Cassazione possa ormai – come si
vede – ritenersi consolidato, sembra tuttora di avviso diverso
l’Amministrazione finanziaria per la quale, invece, la plusvalenza andrebbe
dichiarata soltanto dal titolare dell’impresa; e questa posizione comporta
evidentemente conseguenze sul piano pratico che in qualche caso possono
rivelarsi molto serie sotto il profilo dell’importo complessivo della
tassazione cui viene esposta la “famiglia”.

E’ noto, infatti, che la plusvalenza può essere assoggettata a “tassazione
separata” (sempreché l’azienda sia posseduta da più di cinque anni), e
perciò al suo ammontare va applicata l’aliquota Irpef corrispondente a
quella media dichiarata nei due anni precedenti la cessione, cosicché,
nell’eventualità (del resto frequente) in cui il collaboratore familiare
dichiari un’aliquota media inferiore a quella del titolare, la tassazione
complessiva della “famiglia” – laddove la plusvalenza sia appunto
“distribuita” tra tutti i componenti l’i.f. – risulterà naturalmente di
importo meno elevato.

E’ quindi necessario, nel concreto, valutare in sede di redazione del mod.
Unico l’opportunità che può offrire (generalmente) questa più favorevole
tesi della Cassazione, magari accollandosi l’alea che il Fisco possa
contestare una dichiarazione così impostata, costringendo pertanto gli
interessati a intraprendere l’iter contenzioso che ne deriverebbe (il quale
dovrebbe tuttavia approdare – perlomeno alla fine dei giochi – ad un esito
favorevole, dato che i giudici tributari non dovrebbero faticare più di
tanto per aderire al principio della Suprema Corte).

(s.lucidi)

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