08/05/2009

Il “secondo lavoro” del partecipe all’ impresa familiare – QUESITI

Mia moglie, collaboratrice nell’impresa familiare, vorrebbe avviare una
separata attività imprenditoriale (servizi a terzi); c’è compatibilità con
l’i.f.?
* * *
Dei miei due figli in impresa familiare, quello che è farmacista potrebbe
essere assunto in una struttura pubblica, ma temo che in questo caso debba
essere estromesso dall’i.f.

Sia per la norma civilistica (art. 230-bis c.c.), che per quella
tributaria (art. 5, DPR 917/86), in tanto può configurarsi un’impresa
familiare, in quanto – in primo luogo – il collaboratore presti la sua
“attività di lavoro nell’impresa” (o anche semplicemente – ma soltanto per
l’art. 230 bis – “nella famiglia”) in “modo continuativo”.

Nessun problema, dunque, se quella “separata attività imprenditoriale” cui
accenna il primo quesito fosse esercitata sotto la ragione sociale di una
società di capitali, perché in tal caso il possesso di una quota, anche
largamente maggioritaria, configurerebbe in ogni caso un mero investimento
di capitale, evidentemente compatibile – sotto ambedue i profili
(civilistico e fiscale) – con tutto, e quindi anche con un’attività di
lavoro “continuativo” all’interno di un’impresa familiare.

Qualche dubbio potrebbe sorgere invece sul (solo) versante fiscale (che
però, probabilmente, è quello per Lei più interessante) ove si trattasse
della quota di una società di persone (snc o sas), oppure di un’impresa
esercitata individualmente, dato che la citata norma tributaria (a
differenza dell’art. 230 bis) pretende che le prestazioni lavorative del
collaboratore nell’i.f. – oltre che continuative (un requisito che,
peraltro, sussiste quasi sempre, perché la continuità c’è pure quando esse
siano svolte, poniamo, per due o tre ore al giorno…) – siano anche
prevalenti rispetto a qualsiasi altra e diversa sua attività di lavoro.

Senonché, sia nel caso della società di persone che in quella dell’impresa
individuale, pur quando il partecipe all’i.f. fosse chiamato – dallo
statuto sociale e/o dalla natura dell’attività esercitata – a svolgervi
prestazioni anche lavorative, sarebbe comunque in pratica difficile
considerare (per lui) prevalente questo “secondo lavoro” rispetto a quello
espletato nell’impresa familiare e ritenere pertanto quest’ultima
inefficace sotto l’aspetto tributario.

Insomma, come si vede, a parte l’ipotesi di una sua partecipazione ad una
società di persone titolare di altra farmacia (per la quale scatterebbe
senz’altro – a carico soltanto della sua veste di socio, beninteso –
l’incompatibilità prevista dall’art. 8, lett. a), della L. 362/91), il
lavoro svolto nell’i.f. non impedisce “fiscalmente” al collaboratore –
almeno in principio – un secondo e diverso lavoro, e la questione – nel
concreto – diventa quella di verificare soprattutto, caso per caso, la
sussistenza della prevalenza del primo rispetto al secondo.

Ora, se teniamo conto dei lineamenti civilistici portanti dell’impresa
familiare (che non possono non improntare quest’ultima anche dal punto di
vista fiscale, salvo quanto in difformità espressamente dettato dall’art. 5
del DPR 917/86), ci pare che tra due attività lavorative dovrebbe ritenersi
prevalente ai nostri fini non tanto quella da cui derivi al collaboratore
familiare un maggior reddito (da lavoro), ma quella che possa
ragionevolmente considerarsi una sua “scelta di vita”.

Infatti, l’improvviso innesto di questo (tuttora) singolarissimo e
misterioso istituto nel corpo della riforma del diritto di famiglia del
’75 mirava – questa ne era la ratio – ad assicurare una qualche tutela
giuridica (rivelatasi poi, nella formulazione dell’art. 230 bis, sin
troppo ampia e dirompente nei confronti del “padre-padrone”) ai familiari
di quest’ultimo che “in modo continuativo” prestassero “nell’impresa” (o
anche, come si è visto, soltanto “nella famiglia”) la loro “attività di
lavoro” senza la formalizzazione di un qualunque “diverso rapporto”; a ben
guardare, perciò, con l’introduzione nel nostro ordinamento di questo,
pur residuale, nuovo rapporto lavorativo (perché tale soprattutto è l’
impresa familiare) tra il titolare dell’impresa e suoi parenti o affini,
il legislatore volle dare una disciplina del tutto nuova, quanto peculiare,
alle prestazioni svolte da costoro come precisa opzione di lavoro, cioè,
appunto, come loro “scelta di vita” lavorativa.

Allora, se, ad esempio, il figlio farmacista (di cui parla il secondo
quesito) fosse inquadrato in quella “struttura pubblica” in un rapporto di
lavoro subordinato (a tempo pieno e indeterminato), sarebbe forse proprio
questa la sua attività lavorativa prevalente (prescindendo perciò dalla
retribuzione percepita dall’una e dall’altra), cosicché in tale evenienza
potrebbe essere non agevole – scendendo nel pratico – continuare ad
utilizzare sul piano fiscale l’i.f. con lui.

Si tenga tuttavia presente che sull’impresa familiare l’Amministrazione
finanziaria ha mostrato fino a poco fa un atteggiamento sostanzialmente
agnostico, e poco incline ad indagini o penetrazioni specifiche nel cuore
dell’istituto e dei suoi presupposti, preoccupandosi soltanto di
controllare che il titolare dell’i.f. non denunci un reddito inferiore al
51% dell’intero, disinteressandosi perfino dell’entità degli utili
attribuiti ai collaboratori familiari e dunque anche della proporzionalità
di questi ultimi rispetto “alla quantità e qualità del lavoro prestato”,
quando invece tale proporzione è imposta sia dalla norma del codice che da
quella del DPR 917/86 (per quanto ne sappiamo, del resto, il Fisco è
entrato una sola volta nel merito della quantità di utili imputati ad un
collaboratore familiare, ma si trattava della clamorosa vicenda di una
donna molto anziana cui il titolare della farmacia aveva attribuito oltre
100 milioni di vecchie lire, e quindi, in realtà, di un vero caso-limite).

Quanto alla prevalenza, il Fisco – anche qui per quel poco che se ne è
occupato – sembra guardare soprattutto a un criterio puramente reddituale:
il che, corretto o sbagliato che sia, può fornire comunque all’imprenditore
(e alla sua famiglia) un qualche aiuto anche nell’individuazione del
“comportamento fiscale“ più proficuo.

È vero che recentemente le cose stanno cambiando e l’Agenzia delle Entrate
ha cominciato a porsi qualche interrogativo (perché costretta dagli
interpelli che riceve dai contribuenti) anche sull’impresa familiare; ma le
sue pronunce, almeno per il momento, non si sono soffermate più di tanto
sul nostro tema di oggi, occupandosi più che altro del trattamento
tributario degli incrementi aziendali spettanti ai collaboratori alla
cessazione dell’i.f., mentre la Cassazione si è soffermata un paio di
volte sulla ripartibilità ai fini impositivi – tra il titolare e i
collaboratori – del prezzo ricavato dalla cessione dell’azienda.

Se però l’impresa familiare non ha dato sinora grandi problemi fiscali
(anzi, tutt’altro, come si è visto) alle famiglie di contribuenti, continua
invece a darne – e parecchi – sul fronte civilistico quando proprio la
famiglia abbia la ventura di “spaccarsi”, perché, ad esempio, due coniugi
(l’uno titolare dell’ impresa , l’altro ovviamente collaboratore) si
separano e/o divorziano, ovvero un figlio (o fratello, genero, ecc.) viene
estromesso dalla farmacia (con o senza beneficio per gli altri componenti
l’ i.f.) e quindi, in sostanza, quando l’ impresa familiare cessa contro la
volontà di taluno dei collaboratori.

La norma codicistica, come anche qui si è accennato, è infatti molto meno
rigorosa – negli elementi costitutivi dell’istituto – di quella tributaria
(che addirittura ne subordina l’efficacia alla formalizzazione di un “atto
pubblico o scrittura privata autenticata anteriore all’inizio del periodo
d’imposta”, profilo invece del tutto ignorato dall’art. 230 bis), così
rendendo spesso complicato al titolare dell’impresa contrastare
adeguatamente le pretese del collaboratore (magari fondate su
comportamenti eccessivamente disinvolti dal lato fiscale e che poi
diventa evidentemente difficile “rinnegare” in sede giudiziaria),
esponendolo quindi seriamente al rischio di compromettere sul terreno
civilistico tutti i vantaggi che la famiglia può aver tratto in termini
impositivi.

Vale dunque la pena raccomandare una volta di più – quando naturalmente non
ne ricorrano perfettamente tutti i veri presupposti – il ricorrere con la
giusta ponderazione all’impresa familiare, senza lasciarsi perciò prendere
troppo la mano dalla prospettiva di larghi e facili risparmi d’imposta, e
tenendo invece anche conto dei programmi relativi al futuro dell’azienda,
e, perché no?, anche della qualità dei singoli rapporti familiari.

(g.bacigalupo)

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