Sediva News del 7 maggio 2009

Il varo del federalismo fiscale

Il federalismo fiscale – che, come abbiamo letto, è stato in questi
giorni definitivamente approvato dal Parlamento – prende spunto dall’art.
119 della Costituzione che stabilisce l’autonomia di entrate e di uscite di
Regioni, Comuni, Province e Città metropolitane, con l’attribuzione a
questi enti di tributi propri e di partecipazioni al gettito di tributi
dovuti allo Stato, oltre a quella ad un fondo perequativo statale (si
tratta, come è noto, della disponibilità offerta dalle regioni più ricche)
per i territori con minore capacità fiscale per abitante.
Tale autonomia di entrate e di spese, che sarà effettiva solo al decorso di
un periodo transitorio di cinque anni, sarà evidentemente una rivoluzione
“epocale”, dato che i sindaci, i presidenti di province ed i governatori
delle regioni saranno responsabili dei fondi che gestiscono, mentre sinora
spendevano i fondi che venivano dal Ministero dell’economia senza
preoccuparsi troppo degli aspetti economici.
Quando (sul se non ci sono quindi più dubbi) la normativa sul federalismo
sarà davvero operante, gli enti locali dovranno dunque, come si suol dire,
far “quadrare i conti”, imponendo pertanto, se del caso, sacrifici ai
cittadini (anche se è previsto che nessun aggravio può loro derivare in
dipendenza del passaggio al nuovo sistema di tassazione), ma con la
possibilità – per gli enti più virtuosi – di ridurre persino gli attuali
oneri a carico della popolazione amministrata.
Finisce dunque il sistema di finanza c.d. “derivata” , cioè basata sulla
spesa storica, per passare a una finanza su costi standard, perciò
corrispondenti alla media “buona amministrazione”.
Le Regioni disporranno, per le spese connesse ai servizi della sanità,
dell’ assistenza e dell’ istruzione, di tributi regionali, di un’aliquota
addizionale sull’irpef e di una quota specifica del ricordato fondo
perequativo, nonché dell’Irap, cioè di questo tributo tanto contestato che
a partire dal 2008 ha ridotto sensibilmente la sua incidenza sui redditi
derivanti dalle attività con partita iva.
Anche i Comuni potranno gestire fondi propri, come quello costituito dal
gettito dell’ici, e di una partecipazione alle entrate dell’Irpef e della
relativa addizionale; potranno però istituire anche tasse di scopo, legate,
ad esempio, ai flussi turistici, alla mobilità urbana, ecc.
Le Province disporranno, invece, dei tributi loro derivanti dal trasporto
su gomma e dalla partecipazione a quelli erariali e anche al fondo
perequativo.
Le Città metropolitane e Roma capitale, infine, avranno anch’esse entrate
proprie che saranno però disciplinate con apposito decreto legislativo,
perché la loro autonomia di entrata e di spesa dovrà essere sempre
commisurata alla complessità delle più ampie funzioni loro attribuite.
Ora che la legge-quadro (che è una legge delega) sul federalismo è stata
approvata, sarà il Governo a dover entrare in funzione ed emanare entro
due anni i necessari decreti attuativi, che evidentemente saranno però
quelli che nel concreto potranno contare di più.
In ogni caso, una volta che tutto sarà a regime (ragionevolmente comunque
non prima del 2016), rischieremo di avere regioni virtuose e regioni meno
virtuose, e la disparità ormai storica tra regioni del nord e regioni del
sud finirà probabilmente per accentuarsi.
Come si è accennato, però, la vera “epocalità” della svolta sta nel
passaggio – che sarà comunque complicatissimo – dai costi storici alla
spesa standard, fondata appunto sul fabbisogno necessario per consentire
l’erogazione dei servizi.
Attualmente, ad esempio, il fabbisogno per la sanità è stabilito – è noto
– partendo dalla spesa sostenuta nell’anno precedente e aumentandola
dell’inflazione (e dunque sul concetto “ho speso tanto e mi dai tanto”),
mentre, con l’ effettivo funzionamento dei criteri federalistici, si dovrà
calcolare il valore, come detto, standard delle prestazioni sanitarie (e
quindi dei ricoveri ospedalieri, delle prestazioni specialistiche e dei
farmaci) sulla base dei costi che si saranno registrati nelle regioni più
efficienti, e sarà proprio questo il riferimento per tutte le altre nel
calcolo del rispettivo fabbisogno finanziario.
(f.lucidi)

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