Sediva News del 26 marzo 2009

Non è impugnabile il diniego di autotutela del Fisco.

La legge vigente, qualcuno lo ricorderà, consente al contribuente di
richiedere all’amministrazione finanziaria la rimozione di provvedimenti
impositivi che lo riguardano, ove ritenuti manifestamente infondati o
errati.

Si è discusso a lungo, sia in dottrina che in giurisprudenza, se la
competenza a decidere sui ricorsi contro il diniego dell’amministrazione
finanziaria all’annullamento dell’atto (o addirittura contro il “silenzio-
rifiuto” formatosi dopo il decorso di novanta giorni dall’inoltro
dell’istanza) dovesse essere del giudice tributario o di quello
amministrativo .

E dopo una serie altalenante di decisioni, è alfine intervenuta la
Cassazione a Sezioni Unite che con varie pronunce ha affermato la
competenza della Commissione tributaria, anche avuto riguardo alla vigenza
di una norma di carattere generale secondo cui per qualsiasi controversia
avente ad oggetto tributi è appunto competente il giudice tributario.

Recentemente, però, proprio le Sezioni Unite hanno sancito
(sorprendentemente, perché hanno finito così per negare quanto in
precedenza, come si è visto, avevano sostanzialmente affermato) l’opposto
principio della inammissibilità dell’impugnativa del diniego o rifiuto di
autotutela da parte del Fisco, in quanto, da un lato, non vi è nessun
obbligo dell’amministrazione di rispondere all’istanza del contribuente
(essendo il suo potere discrezionale e dunque non sindacabile dal giudice),
e soprattutto, dall’altro, il ricorso potrebbe (re)introdurre motivi di
impugnazione dell’atto impositivo dalla cui proposizione, per l’intervenuto
decorso dei termini per opporsi all’accertamento del Fisco, l’interessato
era ormai decaduto.

Quale che sia il fondamento di tali due affermazioni (per la verità, sia
pure per ragioni diverse non sembrano convincenti né l’una, né l’altra),
resta evidentemente la perentorietà di questo assunto della Suprema Corte,
che però coinvolge e travolge concretamente anche vicende che invece una
qualche tutela la meriterebbero, come ad esempio quella di un macroscopico
errore materiale del Fisco (due più due può aver incolpevolmente fatto
cinque), che è il classico caso in cui il contribuente potrebbe
comprensibilmente fare affidamento su un (auto)annullamento del
provvedimento errato e dunque non impugnarlo nei termini, e nel quale
invece – stando alle Sezioni Unite – egli rischia di subire, in caso di
inerzia del Fisco, un ingiustificatissimo danno con per di più l’indebito
arricchimento da parte dell’Erario.

E’ auspicabile, pertanto, che la Cassazione possa rivedere almeno in parte
il proprio orientamento, circoscrivendo magari l’impugnabilità di tali atti
ai soli casi di errore materiale e di vizi propri dell’atto.

(s.lucidi)

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