Sediva News del 10 giugno 2008

Le persistenti incertezze tra patto di famiglia e donazione della farmacia
– QUESITO

Intendo trasferire quanto prima la farmacia a mio figlio ricorrendo,
secondo il vs/giudizio, ad un patto di famiglia o ad una donazione, ma
riservandomi comunque un vitalizio. Ho però altri due figli non farmacisti
e tutti e tre, oltre a mio marito, sono attualmente in impresa familiare e
quindi desidererei qualche suggerimento anche in ordine al modo di
liquidarli.

Partendo da questo secondo quesito, e dando nel Suo caso per risolto il
problema – per la verità, come si è osservato altre volte, molto serio e
complicato – della determinazione dei diritti di ognuno (specie con
riguardo agli incrementi aziendali, compreso l’ avviamento), una soluzione
potrebbe certo essere quella di corrispondere direttamente agli altri due
figli ed a Suo marito – secondo tempi e modi di pagamento il più possibile
compatibili con le esigenze finanziarie di tutti – quanto da ciascuno
maturato per la partecipazione all’impresa familiare, che ovviamente è
destinata a cessare alla data stessa di efficacia dell’atto di cessione
della farmacia al figlio farmacista.
Senonché, potrebbe trattarsi di una soluzione per Lei molto onerosa e
quindi rivelarsi meglio praticabile quella – pure concreta – di porre
l’obbligo di liquidazione (formalmente e sostanzialmente) a carico del
donatario, prevedendolo cioè come un onere modale (che, lo ricordiamo,
rappresenta un “peso” che diminuisce il valore della liberalità), e anzi
come il secondo onere modale, perché l’altro sarebbe evidentemente
rappresentato dalla costituzione di un vitalizio a Suo favore.
In ogni caso, sia nel primo modo di liquidazione (quella a Suo carico), che
nel secondo (“triangolando” sul figlio farmacista), sarebbe opportuno –
considerata l’estrema difficoltà (ed anche opinabilità) che caratterizza,
come accennato, la determinazione delle somme spettanti ai familiari
“uscenti” – che tra Lei e a questi ultimi intervenisse (in un atto
separato, ovvero nella stessa donazione modale) un’intesa in forma scritta
diretta alla definizione transattiva dell’ammontare del credito di ognuno
di loro; e questo, per evitare, se non altro, l’insorgere in futuro (perciò
anche tra i Suoi familiari in veste di eredi ..) di pretese fondate
proprio sulla decorsa i.f. con Lei.
Naturalmente, ove poste a carico del figlio farmacista, le somme
riconosciute agli altri tre familiari riducono di pari importo il valore
della farmacia donata, come pure lo riducono sia il valore del vitalizio
(determinato moltiplicando il suo ammontare annuo per un certo
coefficiente) e sia l’importo del credito maturato nei Suoi confronti
dallo stesso donatario (per aver anch’egli partecipato all’impresa
familiare), perché anch’esso dovrebbe essere esposto nel rogito in
diminuzione della liberalità.
Quanto al trattamento fiscale di queste somme, basterà far cenno di una
recente risoluzione dell’Agenzia delle Entrate che ha pensato bene –
rovesciando inopinatamente un suo stesso assunto (di cui abbiamo dato
notizia a tempo debito) – di concludere nel senso della loro non
imponibilità (neppure, cioè, di quelle corrisposte a titolo di incrementi
aziendali) e quindi della loro non deducibilità per il titolare
dell’impresa che le corrisponde.
Un ripensamento francamente discutibile, tanto più ove si abbia riguardo ad
una decisione della Suprema Corte, anch’essa recente, che ha invece
affermato la “spettanza” – rilevante, beninteso, anche ai fini tributari –
a ciascun collaboratore dell’impresa familiare di una quota dei valori
realizzati dal titolare in dipendenza dell’alienazione dell’azienda,
cosicché il prezzo di cessione, per la Cassazione, deve intendersi in
realtà fiscalmente realizzato pro quota da tutti i componenti l’i.f. a
quel momento. Ma di questo parleremo meglio in altra occasione.
Tornando a quei due modi di liquidazione dei diritti dei collaboratori
familiari (e descritti evidentemente soltanto a titolo esemplificativo
perché le varianti potrebbero essere quasi infinite), ci sembra che nel
Suo caso il secondo dei due permetterebbe probabilmente di contenere in
misura importante il “netto donato”, con conseguenze – altrettanto
importanti – sotto il profilo successorio (dipende soprattutto, oltrechè
dall’importo appunto del “ netto donato”, anche dalla consistenza dei beni
diversi dalla farmacia di cui si sia disposto in vita, o si disponga in
via testamentaria, a favore degli altri legittimari); ma qui non è
possibile soffermarsi ora più di tanto, e del resto su queste vicende ci
intratteniamo spesso (e lo faremo ancora, perché riscuotono sempre grande
interesse), e poi forse le idee cominciano ad essere chiare per molti
clienti, come riscontriamo anche dalla buona puntualità dei quesiti
proposti.
Passando brevemente all’altro quesito, abbiamo fatto riferimento – come si
sarà rilevato – soltanto alla donazione (pur se modale) trascurando
invece il patto di famiglia; il fatto è che le cose stanno ancora al punto
in cui le abbiamo lasciate quando ci siamo occupati l’ultima volta (più di
un anno fa) di questa tormentata figura, nel senso che – sia pur risolta
ogni perplessità sotto il profilo fiscale (essendo ormai pacifico che il
patto di famiglia non comporta oneri perché, almeno da questo punto di
vista, siamo sicuramente nel campo delle liberalità) – permangono tuttora
parecchi dubbi di questo mondo sotto l’aspetto propriamente giuridico,
tant’è che i notai, notoriamente poco…coraggiosi e ancor meno:..
fantasiosi, si avventurano molto malvolentieri in un patto di famiglia
(come peraltro anche in un trust, su cui prima o poi daremo conto anche
nella Rubrica), ma questa volta non possiamo certo dar loro tutti i torti.
Fatto salvo, infatti, il caso quasi libresco del titolare di farmacia con
un solo figlio farmacista (o altre evenienze molto vicine a questa) che
intenda puramente e semplicemente trasferire l’esercizio a quest’ultimo
(senza quindi imporgli oneri, modali o meno, diversi da quello di
liquidare agli altri legittimari la loro quota, appunto di legittima, sul
valore della farmacia), non sappiamo ancora se negli altri casi sia
consentito – senza uscire dallo schema tipico (rigido?) del patto come
delineato dalle nuove norme e dunque senza rischiarne la nullità (che
avrebbe conseguenze serissime in campo successorio) – imporre
all’assegnatario dell’esercizio altre e/o diverse obbligazioni a favore
dello stesso disponente e/o del coniuge e/o degli eventuali fratelli.
Per vero, noi non vedremmo grandi pericoli neppure in soluzioni del genere,
ma la persistente difficoltà – per il legislatore (che ci sta provando da
tempo…), come per il giudice, e perciò anche per gli operatori del diritto
– di configurare prima, e di applicare nel concreto poi, brecce o deroghe
al nostro monolitico diritto delle successioni, ci costringe ad una
grande cautela, perlomeno sino a quando la Cassazione non si sarà
pronunciata con approfondimenti su questo istituto.
E però, lo si è già osservato, nell’attesa disponiamo di moduli giuridici
che, come e meglio del patto di famiglia, possono permettere il
raggiungimento di obiettivi del tutto soddisfacenti per un pater familias ,
e primo fra tutti quello (da lui molto sentito ed invocato) di distribuire
“chirurgicamente” in vita (appunto, ad esempio, con una donazione modale
pluriarticolata) il “valore” della farmacia tra tutti i (futuri) eredi,
proprio quel che il patto – prevedendo la liquidazione agli altri
familiari della sola legittima – forse non consente.

(g.bacigalupo)

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