Sediva News del 18 dicembre 2007

La liberalizzazione dei farmaci da banco non e’ incostituzionale

Questo l’assunto conclusivo della Corte Costituzionale, che, con una
decisione depositata quattro giorni fa (n. 430/07), ha rigettato –
dichiarando “non fondate” tutte le questioni di legittimità costituzionale
poste – due distinti ricorsi (del Veneto e della Sicilia) che avevano
sollevato il conflitto di competenza in ordine all’art. 5 del primo
decreto-Bersani (n. 223/06, convertito con l. 248/06), norma evidentemente
statale.

Si tratta, come tutti certo ricorderanno, delle lapidarie disposizioni di
liberalizzazione della vendita al pubblico dei farmaci da banco, che,
secondo il ricorso del Veneto, inciderebbero nella sfera del “commercio” e
perciò in una materia di competenza legislativa “residuale” (quindi
esclusiva, e non concorrente con quella statale) delle Regioni.

A sostegno della tesi, il Veneto aveva richiamato, in particolare, due
prescrizioni contenute nel secondo comma dell’art. 5: quella per la quale
la vendita di SOP e OTC “è consentita durante l’orario di apertura
dell’esercizio commerciale ecc.”, e l’altra, secondo cui “sono, comunque,
vietati i concorsi, le operazioni a premio e le vendite sottocosto aventi
ad oggetto farmaci”.

Da parte sua, il ricorso della Regione siciliana, affermando invece la
pertinenza dell’art. 5 alla “sanità pubblica”, lamentava l’invasione – da
parte di norme statuali di dettaglio – della normazione primaria
espressamente riservata alla Regione, in tale specifico comparto, dal suo
Statuto speciale.

Come si vede, i due ricorsi partivano da assunti diametralmente opposti
circa la materia di riferimento delle norme di liberalizzazione contenute
nell’art. 5, perché per il primo era il commercio, per l’altro la sanità.

E però, la Corte li respinge entrambi.

Quanto al ricorso del Veneto, la sentenza precisa – ed è un chiarimento,
anzi un’affermazione per noi di grandissima importanza sotto tanti aspetti
– che anche i farmaci da banco (al pari degli etici, aggiungiamo noi)
attengono all’ assistenza farmaceutica e per ciò stesso ( secondo le
“tradizioni” della Consulta) alla “tutela della salute” (e non alla materia
del “commercio”), restando soltanto “marginale” – in linea, anche qui, con
i precedenti della Corte – “sia il carattere professionale, sia l’indubbia
natura commerciale dell’attività del farmacista”.

La “tutela della salute”, però, è una delle tante materie nelle quali il
potere legislativo delle Regioni è semplicemente concorrente con quello
dello Stato, cui, infatti, il terzo comma dell’art. 117 della Costituzione
riserva testualmente, per ciascuna di esse, “la determinazione dei
principi fondamentali”, ed è dunque compito dello Stato “assicurare e
controllare l’accesso dei cittadini ai prodotti medicinali”, e garantire
così “la tutela del fondamentale diritto alla salute”.

E l’art. 5 del decreto-Bersani, ecco il punto, appare esplicazione proprio
di tale potere statuale.

Su questa conclusione si fonda sostanzialmente anche il rigetto dell’altro
ricorso, perché è pur vero che alla Sicilia la potestà legislativa spetta
anche nella “sanità pubblica” (così lo Statuto speciale definisce la
materia), ma il suo esercizio – precisa ancora lo Statuto – deve svolgersi
(non molto diversamente dalle Regioni a statuto ordinario) “entro i limiti
dei principi ed interessi generali cui si informa la legislazione dello
Stato”, e pertanto anche nel rispetto dell’art. 5, che per la Corte,
infatti, contiene per l’appunto “norme di principio”, e non di
“dettaglio”.

Per completezza, ricordiamo che il Veneto aveva impugnato, con due suoi
altri ricorsi (riunito al primo), anche l’art. 3 (“regole di tutela
della concorrenza nel settore della distribuzione commerciale”) del
primo decreto-Bersani, che contiene disposizioni non meno importanti
dell’art. 5, e sicuramente ancor più “destabilizzanti” (o “stabilizzanti”,
secondo i punti di vista) rispetto alla normativa previgente.

Fatto sta, nel concreto, che – sia pure per “garantire la libertà di
concorrenza secondo condizioni di pari opportunità ed uniforme
funzionamento del mercato”, ed anche per “assicurare ai consumatori finali
un livello minimo ed uniforme di condizioni di accessibilità all’acquisto
di prodotti e servizi” – l’art. 3 finisce per scuotere addirittura dalle
fondamenta l’intero assetto del commercio, rimuovendo definitivamente
limiti e prescrizioni-cardine del sistema delineato, da ultimo, nel d.lgs.
114/98.

Ora, assumendo essere tout court quella del commercio l’area operativa
dell’art. 3, qui il Veneto ha lamentato un intervento statale in una
materia riservata alla competenza “residuale” (nel senso cui sopra si è
accennato) delle Regioni, e quindi la violazione, da parte della norma in
argomento, del quarto comma dell’art. 117 Cost.

Senonchè, i giudici costituzionali rigettano anche questi ricorsi,
ritenendo che la ratio dell’art. 3 – del resto esplicitata anche nel suo
primo comma, che correttamente fa espresso riferimento alle lett. e) ed m)
del secondo comma dello stesso art. 117 – sia in realtà quella di
“eliminare i limiti e le barriere all’accesso al mercato e alla libera
esplicazione della capacità imprenditoriale”, ed in ogni caso la norma
contiene “prescrizioni coerenti con l’obiettivo di promuovere la
concorrenza”, ed anche “proporzionate allo scopo di garantire che le
attività … possano essere svolte con eguali condizioni”.

Perciò, conclude la Corte, l’art. 3 incide bensì nel “commercio” (materia
costituzionalmente riservata alle Regioni) ma soltanto – per così dire – in
seconda (e casuale) battuta, perché “in prima” la disposizione persegue, e
realizza pienamente, il suo fine primario di tutela della concorrenza,
materia di competenza esclusiva dello Stato.

Via libera, insomma, al decreto-Bersani su tutta la linea, anche perché non
ci risulta che pendano alla Consulta altri ricorsi del genere.

(g.bacigalupo)

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