Sediva News del 19 novembre 2007

L’associazione in partecipazione con apporto d’opera e il lavoro
subordinato.

La Cassazione è tornata (ancora una volta) ad occuparsi della distinzione
tra l’associazione in partecipazione con apporto lavorativo ed il lavoro
subordinato, soffermandosi approfonditamente (questo è forse un quid novi
della decisione) sull’elemento di differenziazione (tra i tanti) costituito
dall’obbligo facente carico all’associante – e non ovviamente al datore di
lavoro – di produrre all’associato un rendiconto periodico sull’attività
dell’impresa e quindi, conseguentemente, sulla sussistenza in capo
all’associato (diversamente dal lavoratore subordinato) del rischio di
impresa, che infatti, ove fosse in perdita, non comporterebbe – stante
l’alea inerente per sua natura al contratto di associazione – il diritto
alla liquidazione di alcun utile a suo favore.
La Suprema Corte, dopo aver ribadito concetti già ampiamente espressi in
circostanze congeneri (come, in particolare, quello del vincolo di
subordinazione, che nel lavoro subordinato è sicuramente molto più
pregnante rispetto al semplice potere dell’associante di impartire
direttive), si sofferma (altro aspetto caratterizzante della sentenza) sul
ruolo fondamentale del contratto in genere, rammentando in particolare che
– secondo , del resto, i principi generali – in questa specifica vicenda,
quando taluno rivendichi la sussistenza di un effettivo rapporto di lavoro
subordinato nonostante la formalizzazione di un contratto di associazione
in partecipazione, il giudice di merito deve essere molto rigoroso
nell’accertare l’esistenza di una volontà delle parti eventualmente diversa
da quella espressa in un contratto redatto in forma scritta.
In questo senso, perciò, ci pare che la decisione della Cassazione –
distinguendosi per certi versi, come si è accennato, dalle altre che
l’hanno preceduta – possa essere di concreto aiuto per l’imprenditore che,
ritenendolo magari più “stimolante” (anche per il collaboratore) sotto
parecchi profili, intenda – con il suo consenso, beninteso – privilegiare
il rapporto di associazione in partecipazione rispetto al lavoro
subordinato.
Del resto, in e/o per una farmacia – quando, attenzione, l’associato sia
un farmacista (perché, diversamente, le complicazioni rischierebbero di
sopraffare qualsiasi profilo di vantaggio) – una scelta del genere può
rivelarsi non soltanto per vari aspetti (tutti peraltro intuitivi) molto
proficua per ambedue le parti in campo, ma anche ben corroborata dagli
elementi di fatto che complessivamente caratterizzano in genere le
prestazioni di lavoro del collaboratore, e quindi, in ultima analisi, essa
può rivelarsi in futuro, in caso di necessità, non difficilmente
“difendibile”, come anche questa sentenza ci ha oggi ricordato.

(g.bacigalupo)

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