Sediva News del 7 novembre 2007

vendita dell’azienda in impresa familiare: anche il collaboratore
realizza una plusvalenza.

Questa, in massima sintesi, la conclusione di una recentissima decisione
della Suprema Corte (Sezione Tributaria, naturalmente), che – omologando ai
fini fiscali (e solo a quelli, aggiungiamo noi) l’impresa familiare alla
società di persone – ha precisato che la plusvalenza ricavata dalla
cessione di un’azienda (gestita, appunto, in regime di impresa familiare)
non deve essere dichiarata per intero dal suo titolare, ma va ripartita tra
tutti i componenti dell’i.f. – e da loro dichiarata – in ragione delle
rispettive quote di partecipazione.
Infatti, chiarisce la Cassazione, deve essere applicato anche alle imprese
familiari il principio (valido per le società di persone) della c.d.
trasparenza, secondo il quale i redditi prodotti – e quindi anche le
plusvalenze (compreso evidentemente l’avviamento) – vanno riferiti ai
singoli partecipi all’i.f. (esattamente come ai singoli soci di una società
di persone) indipendentemente dall’effettiva liquidazione dell’importo
maturato da ognuno di loro.
Cosicchè, quando l’azienda viene venduta a terzi, la plusvalenza deve
intendersi fiscalmente realizzata (e perciò da dichiarare) non dal solo
titolare dell’impresa, ma da tutti i componenti l’i.f. in funzione della
misura di partecipazione di ciascuno; e questo, si ribadisce, prescindendo
dalla materiale ripartizione di quanto ricavato dalla cessione che resta,
infatti, un problema meramente interno della compagine familiare.
E’ una decisione sicuramente fondamentale sia per quel che dice, ma anche
per quello che può sottendere, e in ogni caso possono derivarne conseguenze
– sempre sul piano tributario – di grandissima importanza.
Certo, l’impresa familiare (che pure vanta una vita ormai ultra
trentennale) è un istituto che presenta – sul versante civilistico –
contorni tuttora indecifrabili, o, quantomeno, ancor oggi poco decifrati,
come è vero che le non molte sentenze di merito (al pari delle ancor più
sparute decisioni della Suprema Corte) che si sono occupate dell’impresa
familiare non sono riuscite ancora a darcene lineamenti veramente univoci
(la “colpa”, beninteso, va ascritta soprattutto al frettoloso testo
dell’art. 230 bis del cod.civ.), così da permettere, in definitiva, al
titolare dell’impresa ed ai suoi collaboratori familiari di avere un quadro
sufficientemente compiuto dei reciproci obblighi e diritti, sia in costanza
che in fase di cessazione dell’i.f.
Dal punto di vista tributario, invece, dopo questa decisione della
Cassazione le idee – perlomeno sul piano dei principi – possono essere oggi
un po’ più chiare, se non altro per l’affermata omologazione dell’impresa
familiare alla società di persone, che consente di risolvere alcuni
problemi, pur se – si badi bene – anche fiscalmente permangono tuttora
grandi incertezze su parecchie questioni (una per tutte, quella sugli
esatti criteri di determinazione del quantum spettante al collaboratore –
per una voce e/o per l’altra – quando l’i.f. è in vigore e ancor più quando
l’i.f. cessa).
Tuttavia, e ancor prima dell’intervento della Suprema Corte, uno di quei
problemi ci pare sia stato ormai risolto, e vogliamo darne brevemente conto
in questa news.
Si tratta della deducibilità (o meno) per il titolare dell’impresa della
somma spettante a titolo di incrementi aziendali al familiare che ha
cessato la sua collaborazione, e quindi anche della sua imponibilità (o
meno) per quest’ultimo.
Stiamo parlando, attenzione, di un ulteriore compenso (oltre a quello
annualmente riconosciutogli dal titolare dell’impresa) delle prestazioni
lavorative del collaboratore familiare, che egli però – questo è il punto –
matura (diventando così certo, liquido ed esigibile) soltanto al momento
della cessazione dell’i.f. (a differenza, ad esempio, del TFR spettante ad
un lavoratore subordinato che invece lo matura anno per anno).
Il nostro Studio ha ritenuto necessario formulare sulla specifica questione
un rituale interpello all’Amministrazione finanziaria, che, sia pure
all’esito di serrati “scambi epistolari”, ha espresso infine l’avviso che
l’importo effettivamente corrisposto al collaboratore familiare in
connessione e/o in dipendenza della cessazione dell’i.f. va da lui
dichiarato ai fini tributari (secondo il criterio di cassa, dunque, anche
se questo assunto del Fisco – poco male, però – non ci convince granchè)
e, specularmente, dedotto (sempre per cassa) dal titolare dell’impresa come
costo riferito all’esercizio in corso alla data della materiale
corresponsione della somma.
E’ ben vero che poi, sul piano pratico, sussistono ancora incertezze sulla
“riga” del Quadro RS del mod. UNICO (o addirittura sul Quadro da
utilizzare…) in cui questo valore va indicato ovvero sulla “voce” del
bilancio in cui esso deve esser appostato; come pure può discutersi se si
tratti di un autentico ulteriore reddito di partecipazione (al pari, cioè,
degli utili annuali) del collaboratore familiare, come pur sembrerebbe
stando al testo dell’art. 230bis del cod.civ., ovvero – inerendo ad
incrementi aziendali realizzati da un non imprenditore – semplicemente di
un reddito c.d. diverso, come vorrebbe invece la risposta
dell’Amministrazione finanziaria all’interpello (che infatti proprio per
questo qui invoca, come si è accennato, l’applicazione del criterio di
cassa sia per il titolare che per il collaboratore).
Però, come è facile comprendere, questi sono dettagli di poco conto che non
possono dunque scalfire più di tanto l’univocità della risposta del Fisco
che – lo ripetiamo – è nel senso della deducibilità e, rispettivamente,
della imponibilità dell’intero importo liquidato al collaboratore alla e
per la cessazione dell’ i.f.
Resta comunque il fatto, del tutto incontrovertibile, che il cammino
dell’impresa familiare lungo la via civilistica, ma per molti versi anche
su quella fiscale, sia ancor oggi assai impervio e perciò suscettibile
(specie quando anche l’Amministrazione finanziaria avrà studiato
adeguatamente l’intera vicenda) di condurre qua e là, magari, a conclusioni
al momento forse imprevedibili.
Avremo però tempo per tornare approfonditamente su questo tema che per noi
è molto importante, perché notoriamente le farmacie – quando ovviamente
esse siano condotte in forma individuale – ricorrono tuttora con
grandissima frequenza all’impresa familiare, e non soltanto per mere
ragioni fiscali.
(g.bacigalupo-s.lucidi)

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