Sediva News del 24 ottobre 2007

Se uno dei due figli non è farmacista – QUESITO

Sono ormai maturi (ho quasi 75 anni) i tempi per la cessione della farmacia
a mia figlia farmacista; ma ho un altro figlio (non farmacista, nonostante
sia iscritto alla facoltà da molto tempo), che collabora anch’egli da
parecchio nell’impresa familiare e che, tra l’altro, si occupa con
grandissimo profitto della gestione amministrativa dell’esercizio.
I due fratelli sono molto legati tra loro e sarebbero pienamente d’accordo
nel gestire la farmacia in società, ma questo la legge non lo consente.
Quale soluzione mi consigliate?

Il quesito, che abbiamo tentato di riassumere, propone una vicenda quasi
“classica”, che vede farmacista soltanto uno dei figli, con la consueta (e
spesso condivisibile) preoccupazione del titolare della farmacia di
assicurare anche all’altro figlio – che ha pure lui lavorato per tanti
anni nell’esercizio – un “futuro” in qualche modo connesso alle sorti di
quest’ultimo.
Qui, però, c’è qualcosa di non frequentissimo in casi come il Suo, perché
questa volta anche il figlio farmacista è d’accordo nella “condivisione”
della farmacia con la sorella, ed è per questo che abbiamo voluto dare
spazio al quesito, tra i tanti dello stesso tenore che ci pervengono.
Ora, come sappiamo, sono numerosi e importanti i fermenti che attraversano
l’attuale normativa farmaceutica, e tra questi – tacendo qui ovviamente
degli altri, pur di grande rilievo – c’è anche quello (di provenienza
“europea” e ben “sponsorizzato” dall’Antitrust) che vorrebbe che (anche) in
Italia la norma di legge dissociasse una volta per tutte – nella farmacia –
la titolarità dalla professionalità, e che quindi qualsiasi persona fisica,
o società di persone, o società di capitali (incluse pertanto le imprese
della grande distribuzione…), possa legittimamente assumere e detenere la
titolarità di una o più farmacie con la riserva al farmacista del solo
momento professionale della loro conduzione.
E anzi, annusando l’aria qua e là, sembra che l’accoglimento di un’istanza
del genere sia molto meno lontano di quel che era lecito pensare sino a
qualche tempo fa.
Potrebbe perciò venirLe inopinatamente incontro, da un momento all’altro,
proprio il nostro legislatore, e risolvere dunque tout court ogni Suo
problema, permettendoLe di operare una cessione congiunta della farmacia ai
due figli con il ricorso ad una donazione (magari modale, caratterizzata
cioè dall’apposizione di un vitalizio a Suo favore), ovvero anche – ma qui
il terreno è ancora troppo scivoloso sia dal punto di vista civilistico che
fiscale – ad un patto di famiglia.
I due donatari, quindi, potrebbero – pressoché contestualmente –
costituire tra loro una società di persone (o, chissà, di capitali) che
assuma in quanto tale la titolarità della farmacia cui sarà evidentemente
preposta – sotto l’aspetto professionale – la figlia farmacista.
Se, invece, una dissociazione del tipo ora accennato tardasse ad essere
affermata, o comunque le Sue esigenze non si rivelassero compatibili con i
tempi che tale (non certo) ipotetica riforma potrebbe anche richiedere,
varrebbe probabilmente la pena approdare
per il momento ad una, chiamiamola così, soluzione-ponte (destinata,
perciò, a lasciare il campo domani alla soluzione definitiva di cui si è
detto), articolata sulla donazione della farmacia alla figlia farmacista,
gravata – oltre a quello della rendita vitalizia – di un secondo onere
modale costituito dall’obbligo della donataria di corrispondere al fratello
una partecipazione agli utili netti dell’esercizio nella misura proprio del
50%, ma assumendo espressamente gli utili al netto del vitalizio e
rimandando ai due figli (nel rogito stesso di donazione) la definizione di
un accordo per la migliore esecuzione di quest’onere.
Lateralmente al rogito, poi, i due fratelli potrebbero formalizzare
direttamente – mancando in tal caso un qualsiasi apporto del figlio non
farmacista – un contratto di cointeressenza agli utili (che è disciplinato
anch’esso, come l’associazione in partecipazione, dagli artt. 2549 e segg.
del cod.civ., e però – differentemente da quello – quanto corrisposto al
cointeressato sarebbe anche fiscalmente deducibile), nel quale potrebbe
espressamente convenirsi che ai fini della determinazione degli utili
si dovrà tener conto anche, poniamo, dei compensi per le prestazioni di
lavoro svolte dalle parti, e/o di altre eventuali componenti di costo non
direttamente inerenti all’esercizio.
Inoltre, la donazione potrebbe assorbire i crediti maturati nei Suoi
confronti dai due figli in dipendenza dell’impresa familiare, e quindi
anche della sua cessazione; ed esattamente, quelli della figlia farmacista
(unitamente alla metà del valore del vitalizio e all’intero valore
dell’onere modale a favore del fratello) ridurrebbero direttamente
anch’essi il valore netto della donazione diretta della farmacia, mentre i
crediti dell’altro figlio potrebbero essere dichiarati compensati, per il
loro intero ammontare, con l’onere modale a suo favore (che, come abbiamo
visto altre volte, costituisce per lui una donazione indiretta del
genitore), cosicché, in definitiva, il valore di quest’ultimo risulterebbe
a sua volta ridotto sia dell’altra metà del valore del vitalizio, che
dell’ammontare di questi suoi crediti inerenti all’impresa familiare.
Da ultimo, il contratto di cointeressenza tra i due fratelli potrebbe
prevedere un diritto del figlio non farmacista di “convertire” il rapporto,
non appena la norma lo consentisse, in una vera e propria società, con
tutte le conseguenze di cui si è detto.
Quanto, infine, ai profili fiscali, ci pare che – almeno allo stato –
tanto la soluzione definitiva quanto quella ponte siano ambedue a costo
praticamente uguale a zero, perché nel primo caso siamo in presenza di una
donazione di azienda congiuntamente a favore di due discendenti in linea
retta (e quindi interamente esente dall’imposta relativa), e nel secondo,
oltre alla donazione diretta a favore della figlia farmacista, abbiamo una
liberalità indiretta a favore dell’altro, che non sconta neppure essa alcun
tributo se non per l’importo (perdipiù da depurare, secondo quanto si è
ricordato) eventualmente eccedente un milione di euro.

(g.bacigalupo)

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