Sediva News del 18 dicembre 2006

Ancora sull’accertamento sintetico

In presenza di una spesa incrementativa del patrimonio effettuata da un
contribuente, l’Amministrazione finanziaria – conferma una decisione della
Cassazione – può legittimamente ricorrere all’accertamento c.d.
sintetico, presupponendo la disponibilità di un reddito di un certo importo
(“risparmiato”) per l’anno in cui la spesa è stata operata e nei quattro
anni precedenti.

In particolare, il caso esaminato dalla Suprema Corte riguardava l’acquisto
di un immobile finanziato solo in parte con un mutuo ipotecario, e per il
quale il contribuente non era riuscito a dimostrare la provenienza
dell’intero importo corrispondente alla differenza tra il costo complessivo
e quello del mutuo, perché i redditi da lui dichiarati nell’anno
dell’acquisto e nei quattro antecedenti non si erano rivelati sufficienti a
garantire un “risparmio” da parte sua pari a quella differenza.

Come già altre volte abbiamo ricordato, però, la normativa consente
all’acquirente/contribuente di fornire in queste evenienze la “prova
contraria”, come la disponibilità di somme altrimenti e legittimamente
pervenutegli , ovvero di redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a
titolo definitivo.

E così, poniamo, quando un genitore acquista un immobile (o una farmacia, o
una quota sociale, non fa differenza) che intesterà poi ad un figlio privo
di una “storia fiscale” adeguata, dovrà aver cura – per fare un esempio –
di trasferire dal proprio conto corrente a quello del figlio la somma
necessaria all’operazione.

E tuttavia, una soluzione pratica di questo genere risolverebbe bensì quel
problema non di poco conto, ma ne potrebbe innestare oggi un altro, perchè
il Fisco – data l’avvenuta reintroduzione dell’imposta di donazione –
potrebbe ora aprire un diverso versante di contestazione, configurando cioè
– nell’operazione descritta nell’esempio – una liberalità indiretta del
padre a favore del figlio avente ad oggetto il trasferimento del denaro,
semprechè, naturalmente, l’importo trasferito sia superiore alla
“franchigia” di 1 milione di euro, ovvero si assommi – superando questo
limite – ad altre precedenti donazioni operate a favore del figlio stesso.
In un caso del genere, tutt’altro che teorico ed anzi molto frequente nella
pratica, sarebbe quindi necessario invocare – quale titolo del
trasferimento del denaro – una specifica “causale” comunque diversa dalla
pura liberalità (si pensi ad un mero finanziamento del padre al figlio),
esplicitandola magari nel bonifico bancario relativo al passaggio della
somma.

(s.lucidi)

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