Sediva News del 26 settembre 2006

l’iter per l’apertura di una “parafarmacia” – QUESITO

Desidero conoscere l’iter amministrativo per l’apertura di una
“parafarmacia”(ma è corretto chiamarla così?), e sapere anche se c’è una
distanza minima da osservare rispetto alle farmacie della zona.

Come si vede, ci occupiamo ancora una volta di “parafarmacie” (autentico
“tema del giorno” : v. la news di ieri), risolvendo dapprima , sia pure
brevemente , il dubbio da Lei posto tra parentesi, che appare per la verità
intrigante, ma al tempo stesso anche un po’ inquietante, dato che nella
pratica quel parafarmacia ha sostituito via via il più ortodosso sanitaria
nella malcelata finalità di accostare quanto più possibile questo esercizio
commerciale – nella mente della generalità dei consumatori – alla
farmacia vera e propria, al punto di configurarne ditta e insegna
addirittura con l’insidiosissimo “paraFARMACIA”. Senonchè, curiosamente,
tale denominazione – con l’allargamento a SOP e OTC conseguente al decreto-
Bersani – rischia oggi di apparire corretta e persino la più appropriata,
e quindi, verosimilmente, tutte le vecchie “sanitarie”, ed anche molte
“erboristerie”, diventeranno forse ben presto “parafarmacie”….
Quanto all’ iter burocratico propedeutico all’apertura di tale esercizio
(trattasi generalmente, date le presumibili dimensioni, di un c.d.
esercizio di vicinato), va inoltrata, di persona o per posta o a mezzo
fax, una comunicazione all’Ufficio Commercio del Comune, utilizzando
l’apposita modulistica (Mod. Com. 1); essa deve essere redatta in tre (o
due?) copie (non è comunque prevista imposta di bollo) firmate in originale
dal titolare/legale rappresentante dell’attività, e trasmessa almeno 30
giorni prima (vale qui, infatti, il famoso silenzio assenso) della data di
apertura, descrivendo nel modulo le tipologie merceologiche inerenti
all’attività che si vuole intraprendere.
Contemporaneamente o subito dopo, ma in ogni caso previamente al concreto
avvio dell’attività, dovrà essere inviata la comunicazione prevista dal I
comma dell’art. 5 della l. 248/06, indirizzata dunque “al Ministero della
Salute e alla regione in cui ha sede l’esercizio” (ovviamente , nei
rispettivi settori di competenza), e nella quale si manifesti l’intenzione
di “effettuare attività di vendita al pubblico dei farmaci da banco o di
automedicazione … e di tutti i farmaci o prodotti non soggetti a
prescrizione medica”, nel rispetto delle prescrizioni dettate al riguardo
dal citato art.5.
Decorsi i fatidici trenta giorni dalla trasmissione delle due
comunicazioni (anzi, a ben guardare, soltanto della prima delle due, dato
che la seconda potrebbe in realtà essere inviata anche il giorno prima
dell’apertura al pubblico dell’esercizio), e previa naturalmente
l’iscrizione alla Camera del Commercio (anche per questa è però prevista
una specifica modulistica che va comunque prodotta nei trenta giorni
successivi alla presentazione del citato Mod. Com. 1), il titolare della
“parafarmacia” potrà quindi richiedere la fornitura di quei farmaci ai
distributori intermedi (i quali, tuttavia, perlomeno mentre scriviamo, non
stanno ancora evadendo appieno – chissà perché – queste richieste…).
Quanto, infine, alla distanza dalle farmacie della zona, non c’è
evidentemente alcun limite del genere che la “parafarmacia” debba
osservare, anche perché, non dimentichiamolo, questi esercizi operano nel
“settore della distribuzione commerciale” in genere, in ordine al quale
l’art. 3 della stessa l. 248/06 ha espressamente soppresso, tra gli altri,
qualunque “rispetto di distanze minime obbligatorie tra attività
commerciali appartenenti alla medesima tipologia di esercizio”; figuriamoci
dunque tra “parafarmacie” e “farmacie” che (come osservavamo anche ieri),
nonostante l’assonanza di vocabolario, costituiscono “attività” (ancora)
del tutto diverse tra loro.

(g.bacigalupo)

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