Sediva News del 03/07/2006 (in www.sediva.it)

Farmaci e farmacie: tanto tuonò che…

Il Consiglio dei Ministri, lo abbiamo rilevato dalla stampa, ha
approvato venerdì scorso (unitamente ad alcuni importantissimi disegni di
legge) uno schema di decreto legge che, salve modifiche dell’ultimora,
dovrebbe essere pubblicato da un momento all’altro nella G.U. ed entrare
dunque in vigore, a differenza degli altri, immediatamente.
Si tratta del provvedimento riguardante, come tutti hanno letto, i
rapporti dei consumatori con le banche (più trasparenza…: sarà la volta
buona?), con le agenzie assicurative (che diventano tutte plurimandatarie),
con i taxi (più licenze, in sostanza), con i panifici (la produzione di
pane diventa praticamente libera con conseguente proliferazione di forni),
con i professionisti (addio ai minimi tariffari di notai, avvocati,
commercialisti, ecc..), con i passaggi di proprietà di auto (risparmieremo
l’onorario del notaio), con il commercio in genere (infatti, salvo che nel
settore alimentare ed escluse – ci auguriamo – le farmacie, chiunque potrà
liberamente avviare un’attività commerciale e vendere al pubblico, se del
caso con promozioni a go-go, qualunque genere merceologico e senza più
neppure “il rispetto delle distanze minime obbligatorie tra attività
commerciali appartenenti alla medesima tipologia d’esercizio”), e, dulcis
in fundo, con il farmaco.
Ed è naturalmente di farmaci e farmacie che dobbiamo e vogliamo
occuparci in questa breve analisi del provvedimento, pur nella
consapevolezza di poter incappare con facilità in qualche infortunio
interpretativo, perché la fretta notoriamente è un pessimo consigliere.
Dunque, l’art. 5 dello schema di d.l. (“sapientemente” intitolato
“interventi urgenti nel campo della distribuzione dei farmaci “) contiene
di tutto un po’ e quindi anche disposizioni macroscopicamente eterogenee
tra loro (perdipiù, certamente non tutte “urgenti”…), dato che alcune
di esse non riguardano propriamente né la “tutela dei consumatori”, ma
neppure la “liberalizzazione di settori produttivi” (mentre sono proprio
questi i due beni primari che l’intero provvedimento mira dichiaratamente
a soddisfare con le “misure urgenti” che vi sono contenute).
Tanto per citare a questo riguardo l’esempio più clamoroso (seppur in
qualche modo invocato dalla U.E.), si pensi che l’ultima parte del comma 5
dell’art. 5 sopprime “la parola distribuzione” al “comma 1) della lettera
a) dell’articolo 8” della l. 8/11/91 n. 362, dando così via libera, in un
colpo solo, alla partecipazione della “Grande Distribuzione” (ci viene in
mente la Gehe, ovviamente) alle società di gestione di farmacie comunali,
impedita, come si ricorderà, dapprima dalla Corte Costituzionale, e poi dal
Consiglio di Stato.
Certo, da oggi (meglio, da quando entrerà in vigore il decreto legge)
anche i farmacisti partecipanti ad una società di persone titolare di
farmacia (ma altresì – e a maggior ragione – i farmacisti che ne siano
invece titolari in forma individuale) potranno liberamente e
legittimamente assumere partecipazioni di capitale ovvero funzioni
rappresentative e/o manageriali in società conferitarie di farmacie
comunali e, prima ancora, in aziende di distribuzione del farmaco (e
quindi anche in una delle numerose società cooperative costituite tra
titolari di farmacia). Ma resta il fatto che probabilmente i veri
destinatari di questo “colpo di mano” non erano esattamente i farmacisti

Vediamo però cos’altro contiene l’art. 5.
Il comma 1, e si tratta evidentemente della disposizione più o meno
attesa ormai da tutti (anche se di concertazione con le categorie
interessate non ce n’è stata neanche un po’…) e comunque indubbiamente
di maggiore effetto, estende la vendita al pubblico dei farmaci da banco o
di automedicazione, nonché di tutti i medicinali non soggetti a
prescrizione medica (OTC e SOP, insomma), anche alle grandi e medie
strutture di vendita, ma pure agli “esercizi di vicinato” (l’emporio sotto
casa, per capirci), a condizione – aggiunge il comma 2 – che la vendita
avvenga “durante l’orario di apertura dell’esercizio commerciale, in una
parte della sua superficie ben definita e distinta dagli altri reparti, con
l’assistenza di uno o più farmacisti abilitati all’esercizio della
professione ed iscritti al relativo ordine” (il che, ovviamente, sembra
rendere eccessivamente onerosa la vendita dei “non etici” per le “non
farmacie “, se non forse per alcuni esercizi commerciali – come le
“sanitarie” e le “erboristerie”- gestiti da farmacisti, e per i mega-iper-
super-mercati, Coop e non Coop…). E comunque sono espressamente
“vietati i concorsi, le operazioni a premio e le vendite sotto costo aventi
a oggetto farmaci” (bontà del provvedimento, ndr).
Quanto agli sconti praticabili sui farmaci così “liberalizzati”, cade
la norma della c.d. Legge-Storace sullo 0-20%, perché ora , precisa il
comma 3, “lo sconto sul prezzo indicato dal produttore o dal distributore
sulla confezione di ogni farmaco (sempre evidentemente esclusi, anche per
carità di patria, tutti gli “etici”…) può essere liberamente determinato
da ciascun distributore al dettaglio, purché sia esposto in modo leggibile
e chiaro al consumatore e sia praticato a tutti gli acquirenti” (sotto
quest’ultimo profilo, come si vede, la disposizione ricalca l’omologa norma
della Legge-Storace).
Due parole sul comma 4, che circoscrive testualmente l’obbligo del
grossista, peraltro sancito soltanto da un paio di mesi, di detenere almeno
il 90% delle specialità in commercio ai soli medicinali di fascia A): la
norma, anche se discutibile, è abbastanza in linea con la
“liberalizzazione” dei “non etici”.
Esaurite le disposizioni relative al farmaco, eccoci a quelle
sorprendentemente (almeno alcune di esse) riguardanti la farmacia.
Qui è il caso di segnalare immediatamente che, almeno per il momento
(senza però dimenticare che il vento…europeo spinge da tempo in direzione
contraria…), parrebbe fatto salvo il principio – da ultimo ribadito dal
primo comma dell’art.7 della l. 362/91 – secondo cui la titolarità della
farmacia privata è riservata ai farmacisti “idonei” e a società di persone
costituite tra farmacisti “idonei”.
E’ ben vero, infatti, che con la soppressione – operata dal comma 5
dello schema di decreto legge – della seconda parte del primo comma
dell’art. 7 possono oggi assumere la titolarità di una farmacia – puramente
e semplicemente – anche le “società cooperative a responsabilità limitata”
(senza più, dunque, il soppresso riferimento a quelle che risultassero
titolari all’entrata in vigore della L. 475/68).
E però, pur con tutte le perplessità che possono derivare da questa
prima lettura del provvedimento, anche tali “società cooperative a
responsabilità limitata” non dovrebbero avere nulla a che fare con le
“famigerate” Coop., o simili , perché sembrerebbe impedirlo il secondo
comma dello stesso art. 7 che nella sua prima parte (interamente
sopravvissuta al testo del d.l.) continua a prescrivere che “le società di
cui al comma 1 hanno come oggetto esclusivo la gestione di una farmacia” e
che “sono soci della società farmacisti iscritti all’albo”.
Permane tuttavia il rischio che la ratio di questo “cuci-scuci” –
tra una norma e l’altra, e tra una soppressione e l’altra – sia ben diversa
da quella di una mera riaffermazione di quel principio, e che pertanto
sia tutt’altra cosa (ma quale? forse la riproposizione della vecchia idea
di “aprire” la titolarità e la gestione di farmacie anche a nuove
cooperative di farmacisti, giovani o meno giovani?).
E’ invece sicuramente venuto meno (comma 5 e comma 6) l’obbligo del
titolare di farmacia ovvero del socio di una società titolare di farmacia
di essere iscritto all’albo della provincia in cui è ubicato l’esercizio
ovvero ha sede legale la società. In sostanza, anche per costoro, e dunque
non soltanto per i farmacisti non titolari e/o non soci, varrà ora il
principio generale (come modificato dall’art. 9 della l. 362/91) secondo
cui il farmacista può liberamente scegliere l’Ordine professionale di
“appartenenza” tra quello nel cui ambito di competenza egli ha la residenza
e quello nel cui ambito esercita la professione.
Ma cadono come “birilli” anche altri principi-base dell’odierna
legislazione, perché:
– è soppresso il quinto comma dell’art. 7 L. 362/91, e quindi ora una
società personale di farmacisti (e anche le “società cooperative” di cui
sopra?), a differenza del titolare individuale, potrà essere titolare anche
di più farmacie, ubicate, magari, una a Sondrio, un’altra a Pescara,
un’altra ancora a Trapani, e così via;
– è soppresso il sesto comma dello stesso art. 7, e quindi ora il socio
di una società personale di farmacisti (e anche di una delle “società
cooperative” di cui sopra?), sempre a differenza del titolare individuale,
potrà partecipare ad altre trenta o quaranta altre società e perciò, sia
pure in forma mediata, acquisire il dominio di trenta o quaranta altre
farmacie;
– sono soppressi il nono e decimo comma sempre dell’art. 7 (qui, però, la
“bomba” era davvero nell’aria, perché al riguardo il “pressing” della U.E.
era diventato ormai insostenibile), e quindi ora gli eredi del titolare di
farmacia in forma individuale (che sia, si badi bene, deceduto dopo
l’entrata in vigore del decreto legge) avranno soltanto un anno di tempo
per alienare l’esercizio (o, beninteso, trasferirlo ad uno di loro se
“idoneo”, e semprechè non vi abbia provveduto direttamente il de cuius)
conservandone naturalmente la gestione per tutto il tempo (e anche oltre,
nella assai improbabile ipotesi che l’anno decorra inutilmente). Non più,
pertanto, i tre o dieci o trenta anni previsti dalle due disposizioni
abrogate, ma soltanto quell’unico anno contemplato nell’ultimo comma
dell’art. 12 della l. 475/68 (e anzi, almeno in astratto, c’è perfino la
remotissima eventualità – per una qualche difficoltà a concepire, dal
punto di vista ermeneutico, la sopravvivenza di tale ultima disposizione
dopo l’entrata in vigore della l. 362/91 – che gli eredi oggi non abbiano
neppure un giorno …).
In caso, invece, di decesso di un farmacista socio di una società di
persone (e anche di una delle “società cooperative” di cui sopra?), qual è
il destino della quota sociale caduta in successione, dato che sicuramente
non sarà più applicabile il nono comma dell’art. 7 (che peraltro non era
una norma imperativa e dunque poteva, anche quando in vigore, essere
tranquillamente derogata dallo statuto sociale) e che, meno che mai, può
naturalmente invocarsi il dodicesimo comma dell’art. 12, rivolto infatti
alle sole titolarità individuali?
La risposta all’interrogativo sembra però univoca, perché il socio
superstite avrà il diritto (e anche l’obbligo) di liquidare la quota agli
eredi del socio deceduto secondo le norme del codice civile e/o in
conformità ai diversi criteri eventualmente contemplati nello statuto
sociale, salvo il caso che l’erede (legittimo o testamentario) o il
legatario della quota sociale sia un farmacista “idoneo” e purché,
attenzione, lo statuto sociale ne preveda espressamente, nella detta
ipotesi, il subentro nella quota.
In definitiva, sarà però lo statuto sociale e perciò, nel suo
silenzio, il codice civile (da cui, tuttavia, è bene tenersi molto alla
larga per mille e una ragione…) a decidere nel concreto la sorte della
quota sociale al decesso del socio: anzi, abbiamo il sospetto quasi ferreo
che gli statuti delle società personali già costituite debbano al più
presto essere opportunamente rivisitati.
C’è, da ultimo, il comma 7 dell’art. 5 dello schema del decreto legge,
secondo cui “le attività di distribuzione all’ingrosso di medicinali e
quella di fornitura al pubblico di medicinali in farmacia sono tra loro
incompatibili se svolte dal medesimo soggetto imprenditoriale”.
Non sappiamo dire francamente di che cosa si tratta, se non, forse,
pensare ad una norma ulteriore di “salvaguardia” per il distributore
all’ingrosso (e ancora una volta ci viene in mente la Gehe) che
“partecipi” soltanto (senza cioè assumerla interamente a nome proprio) ad
una società di gestione, ad esempio, di farmacie comunali; certo, non
riusciamo ad immaginare un titolare di farmacia in forma individuale che
eserciti, sempre in forma individuale o simile, l’attività di distribuzione
all’ingrosso. Probabilmente, però, l’esatta portata della norma dipenderà
in fatto da che cosa si vorrà intendere, specie in giurisprudenza, per
“medesimo soggetto imprenditoriale”.
Come si vede, la carne che questo provvedimento mette al fuoco è
tanta, sia per qualità che quantità, come enorme è il lavoro che attende
tutti noi e, ancor prima, la Fofi e la Federfarma.

(g.bacigalupo-s.lucidi)

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