Sediva News del 20 giugno 2006

Il patto di famiglia tra mille tribolazioni – QUESITO

Intendendo cedere la farmacia a mio figlio farmacista, vorrei utilizzare il
patto di famiglia di cui nella Vostra Rubrica avete recentemente parlato a
fondo. Se ho ben capito dovrebbero partecipare al contratto sia l’altro mio
figlio (che è un medico) e sia mia moglie; desidererei però anche prevedere
un vitalizio a mio favore, per evidenti ragioni di mia tranquillità.

Di quesiti di questo tenore ne abbiamo ricevuti moltissimi, anche se non
tutti semplici e lineari come il Suo (lo abbiamo scelto per questo,
evidentemente), ma talvolta articolati secondo modalità variegate e anche
“suggestive”, a conferma che gli italiani sono spesso dotati di una
buona…. fantasia giuridica.
Ora, sul patto di famiglia in genere noi continuiamo personalmente ad avere
idee abbastanza chiare, che poi in sostanza sono ancora quelle che abbiamo
tentato di illustrare nella Sediva news del 18/04/2006.
Senonchè, su questo istituto neonato, ma già chiaccheratissimo, si sono
scatenati un po’ tutti gli addetti ai lavori, come del resto era lecito
attendersi tenuto conto dei grandissimi profili di novità – alcuni
veramente dirompenti rispetto al nostro ordinamento – contenuti nella nuova
figura negoziale; e, soprattutto, sono intervenuti assai numerosi i notai
(chiamati peraltro dalle nuove norme a legalizzare il patto, che, come si
ricorderà, deve appunto essere stipulato – a pena di nullità – per atto
pubblico) sollevando un’infinità di dubbi non soltanto sulla natura del
patto (in particolare: liberalità o non liberalità ?), ma, ed è quel che
più conta, sul suo contenuto che da taluno, infatti, si vorrebbe
considerare come del tutto vincolato, nel senso che un patto di famiglia
non sarebbe più tale se vi trovassero collocazione vicende diverse da
quelle tipicamente previste dalla legge.
Perciò, tanto per restare nel Suo caso, se Lei trasferisse la farmacia a
Suo figlio farmacista, quest’ultimo – ove non si voglia rischiare, secondo
le tesi appena ricordate, che al contratto possano domani negarsi gli
effetti ( importantissimi, come sappiamo) di un patto di famiglia –
dovrebbe provvedere direttamente (a proprio esclusivo carico, cioè) a
liquidare (salva una loro espressa rinuncia) gli altri legittimari (per
Lei, quindi, il figlio medico e il coniuge), corrispondendo la quota di
legittima (e non più di quella?) loro spettante sul valore (concordato?)
della farmacia.
Neppure, pertanto, potrebbe essere imposta all’assegnatario dell’esercizio
una qualsiasi altra obbligazione che non sia componente precipua della
struttura legale del patto , e dunque, se il disponente vi prevedesse un
onere a di lui carico, diverso e/o ulteriore, come quello di corrispondere
per l’appunto il vitalizio da Lei invocato, potremmo trovarci in presenza –
posto che Lei non può evidentemente rientrare tra i legittimari da
soddisfare (nessuno può infatti, almeno al momento, essere neppure
potenzialmente erede di … se stesso) – di un’alterazione non consentita
di quel contenuto tipico, cosicchè correremmo il pericolo di stipulare un
contratto diverso (misto e/o atipico che sia, ma diverso), in ogni caso
inidoneo come tale ad assicurare al figlio assegnatario della farmacia il
trasferimento (blindato e inattaccabile per chicchessia) dell’ “azienda di
famiglia”.
Come accennato, però, non ci pare che il legislatore abbia voluto tutto
questo, sembrandoci invece plausibile che il cambio generazionale
nell’azienda favorito dalla nuova legge possa parimenti essere assicurato
anche innestando nel patto , e risolvendoli, cento altri aspetti (negozi)
giuridicamente rilevanti, purché non in contrasto con gli artt. 768-bis e
segg. del cod.civ. e naturalmente con pieno rispetto del contenuto minimo
che al patto le nuove norme hanno assegnato.

Crediamo, in definitiva, che, almeno in un caso elementare e quasi
scolastico come il Suo, il patto, pur arricchito di quel vitalizio a Suo
favore, dovrebbe poter trovare un notaio disposto a stipularlo, senza
alcuna preoccupazione per il figlio farmacista di vedersi assoggettato in
futuro ad una qualsiasi pretesa sulla farmacia, e/o sul suo valore, da
parte dei colegittimari .
E’ invece sicuramente ancora irrisolto il problema fiscale perché, come al
solito, l’amministrazione finanziaria mostra di non aver alcuna voglia di
rischiare di perdere qualche euro, e quindi il patto di famiglia è a
tutt’oggi esposto virtualmente ad una tassazione troppo…cautelativa per
l’Erario, come, ad esempio, quella del 3% sull’intero valore (sic!)
dell’azienda (come, cioè, si trattasse di una cessione a titolo oneroso!)
o, quantomeno, sull’ammontare delle somme liquidate dall’assegnatario agli
altri legittimari (e quindi, se tanto dà…tanto, qualche Ufficio potrebbe
individuare nel patto , chissà come, anche qualche somma da assoggettare ad
imposte dirette…).
Però, se i profili tributari saranno ben presto chiariti (grazie, se non
altro, all’istituto dell’‘interpello) e quindi ne sapremo tra breve di più,
diverso è invece il discorso per gli aspetti giuridici del patto di
famiglia, dato che soltanto la Cassazione può essere in grado, un giorno,
di dirci qualche parola definitiva. E questo, come è facile capire, può
essere un grosso problema, perché i tempi non corti che si profilano
rischiano di insabbiare a lungo la figura del patto e quindi di rinviarne
sine die l’ampia operatività cui sembra destinato, considerato che neppure
se tutti i notai d’Italia raggiungessero tra loro intese univoche sulla sua
area applicativa potremmo stare davvero tranquilli.
Nell’attesa, allora, di una benedizione della Suprema Corte, ci pare il
caso di continuare ad avvalerci della donazione modale, che, come abbiamo
osservato anche nella Sediva news del 18/04/2006, permette di raggiungere
nella migliore serenità praticamente tutti gli obiettivi che in genere
persegue il titolare della farmacia che intenda, anche con una compagine
familiare come la Sua, trasferire l’esercizio al figlio farmacista senza
privare di alcunché gli altri (futuri) suoi eredi.
Salvo, infatti, il caso in cui la farmacia costituisca l’unico cespite
familiare e nel contempo non consenta all’assegnatario, per le sue modeste
dimensioni, di farsi carico di oneri eccessivamente gravosi, non vediamo
alcuna seria controindicazione a ricorrere alla donazione dell’esercizio,
imponendo al figlio donatario, come onere modale, la costituzione di un
vitalizio a favore del donante (e magari, congiuntamente, del di lui
coniuge), e, come altro onere modale, il pagamento – con tempi e modalità
ovviamente da convenire secondo la bisogna – di una somma di denaro (ovvero
l’assolvimento di altre obbligazioni) all’altro figlio (nei cui confronti
tale secondo onere assumerebbe la veste di donazione indiretta del donante
a suo favore); con il risultato, perfino più appagante rispetto al patto di
famiglia, di non dover (necessariamente?) assegnare la c.d. disponibile al
figlio farmacista (assicurando all’altro figlio, cioè, soltanto la
legittima) e invece di distribuire perfettamente il “valore” della
farmacia, in vita, tra tutti i (futuri) eredi.
E, quanto all’esposizione del figlio farmacista – al decesso del donante –
ad azioni di riduzione e/o restituzione dei colegittimari (che con la
donazione modale sussiste, e con il patto ovviamente no), ci sembra che si
tratti piuttosto di un’eventualità astratta, dato che, assegnando nella
donazione il giusto valore alla farmacia donata, neppure la rivalutazione
del cespite alla data del decesso (come conseguenza dell’eventuale
collazione) dovrebbe riservare grandi sorprese, tanto meno nel caso in cui
il donante espliciti nel rogito (come prudenzialmente è bene prevedere) che
la donazione è bensì effettuata in conto della legittima del donatario ma
in conto altresì, ove eccedente, della disponibile.
Insomma, avanti…piano con il patto di famiglia (almeno finchè le idee non
saranno più chiare a tutti), e ancora avanti…tutta con la donazione
modale.

(g.bacigalupo)

La SEDIVA e lo Studio Bacigalupo Lucidi prestano assistenza contabile, commerciale e legale alle farmacie italiane da oltre 50 anni!