Sediva News del 18/04/06 (in www.sediva.it)

La farmacia da padre a figlio : i nuovi patti di famiglia

E’ ormai in vigore da oltre un mese, ed esattamente dal 16 marzo, la
l. 14/02/06 n. 55 (in G.U. dell’1/03/06), che, integrando il codice civile
con gli artt. 768-bis, ter, quater, quinquies, sexies, septies e octies (e
modificando coerentemente l’art. 458 sull’antico divieto di patti
successori), ha introdotto nel nostro ordinamento il patto di famiglia, che
l’art. 768-bis definisce testualmente come il “contratto con cui,
compatibilmente con le disposizioni in materia di impresa familiare e nel
rispetto delle differenti tipologie societarie, l’imprenditore trasferisce,
in tutto o in parte, l’azienda, e il titolare di partecipazioni societarie
trasferisce, in tutto o in parte, le proprie quote, ad uno o più
discendenti”, ed al quale, precisa l’art. 768-quater, “devono partecipare
anche il coniuge e tutti coloro che sarebbero legittimari ove in quel
momento si aprisse la successione nel patrimonio dell’imprenditore”.
E’ pertanto il momento di affrontare convenientemente, sia pure nei
limiti che la Rubrica impone, questo nuovo istituto, che potremmo inserire
tra le successioni e le donazioni e configurarlo quindi come una sorta di
“successione in vita”, ovvero – stando anche alla collocazione delle nuove
norme in coda al Capo V del Titolo IV (“Della divisione”) del codice civile
– potremmo invece considerare come una sorta di “divisione (del de cuius)
in vita”, con qualche conseguenza, come si vedrà, anche sul piano fiscale.
Il patto di famiglia riguarda comunque in principio – diciamolo
subito – tutte le aziende, e sia quando il “pater familias” intenda
trasferire “ad uno o più discendenti” l’azienda unitariamente intesa (cioè
l’intera universitas in cui essa consiste), e perciò la “classica” azienda
di famiglia, e sia laddove la cessione riguardi semplicemente una quota
sociale a lui intestata (pur se – considerato che la legge vuole
salvaguardare il passaggio generazionale nella proprietà, ma anche nella
gestione dell’ azienda stessa –riesce difficile, nonostante la norma non lo
escluda affatto, pensare ad un patto di famiglia relativo, ad esempio, alla
cessione di un modesto pacchetto azionario di una spa quotata in borsa o
della quota di una sas posseduta dal socio accomandante).
Sotto il profilo che più ci interessa, dunque, oggetto di un patto di
famiglia (che, “a pena di nullità”, deve intervenire “per atto pubblico”)
può senz’altro essere, in linea generale, tanto la farmacia “tout court”
(se posseduta, cioè, in forma individuale), come pure la quota di una
società personale di farmacisti che sia evidentemente titolare di farmacia
(il che vale senza eccezioni per una snc, mentre, se si tratta di una sas,
il patto potrebbe forse riguardare, per quanto appena detto, soltanto la
quota del socio accomandatario, anche se, lo ripetiamo, la formulazione
della legge è della massima ampiezza e non fa alcuna distinzione tra snc e
sas, né tra società di persone e società di capitali).
In ogni caso, non c’è dubbio, siamo in presenza di un intervento del
Legislatore (dopo il primo, timido colpo di piccone inferto dalla l. 80/05,
che ha introdotto novità importanti – limitatamente, però, agli immobili –
in tema di azione di riduzione e di restituzione) di portata quasi epocale,
seppur questa volta soltanto per le aziende e le quote sociali, su alcuni
principi-cardine del nostro diritto successorio.
E anche se talune infelici e/o lacunose formulazioni (chiare “figlie”
della fretta di fine legislatura) affioranti qua e là nella legge fanno
insorgere dubbi consistenti in ordine al suo migliore utilizzo nel
concreto, il patto sembra comunque destinato di per sé ad assumere un
ruolo di grande rilievo e a godere di vasta applicazione, e ancor più
proprio per la farmacia, alla quale infatti – per le sue caratteristiche
ormai radicate di peculiare azienda di famiglia, che si trasmette cioè,
quasi “storicamente”, da padre a figlio – il patto di famiglia pare
attagliarsi pressoché perfettamente.
Ma per comprendere meglio questo “nuovo negozio giuridico” (così
definito, in modo abbastanza corretto, dalla Relazione al disegno di legge)
è il caso di far cenno brevemente anche alle finalità pratiche che la l.
55/06 ha inteso perseguire.
Ebbene, accade spesso (e questo i titolari di farmacia lo sanno
benissimo) che un imprenditore desideri lasciare l’azienda di famiglia solo
a quello o a quelli tra i suoi figli che abbiano rivelato le indispensabili
capacità (manageriali e professionali) per continuare a gestirla dopo la
sua morte (e questo, si badi bene, non necessariamente a danno degli altri
figli e/o del coniuge), ovvero, ed è quanto normalmente si verifica per il
farmacista, a quello o a quelli tra i suoi figli che abbiano intrapreso con
successo gli studi di farmacia e che pertanto abbiano conseguito i
requisiti soggettivi professionali imprescindibili (perlomeno secondo
l’attuale normativa di settore) per subentrargli nella titolarità
dell’esercizio.
Cosicché, quell’imprenditore vorrebbe sistemare in vita – quando
cioè, attenzione, può “spendere” al meglio tutta l’autorità e tutto il
carisma di cui presumibilmente egli può ancora godere nei confronti dei
figli – la successione nell’impresa, scongiurando così sin d’ora qualsiasi
rischio che il successore da lui designato possa domani vedersi aggredito
dai coeredi e messa in pericolo finanche l’integrità aziendale. Anche la
collettività, del resto, è interessata alla conservazione e alla
continuazione della e nell’impresa, per il valore e l’utilità sociale che
essa riveste (considerata l’ampia schiera di soggetti interessati, come i
fornitori, i clienti, i lavoratori dipendenti, ecc..); ed anzi, sta proprio
in questa valenza sociale dell’azienda come tale la fine sostanza (e la
ratio) della nuova legge oltre a quella sopra accennata, altrettanto
indubitabile, di favorirne il trapasso generazionale mediante una sua
“anticipata successione” il più possibile stabile ed il meno possibile
aleatoria .
Ora, per tornare a quella naturale aspirazione dell’imprenditore,
essa si imbatte in realtà – e fino a ieri del tutto insuperabilmente – in
due capisaldi del nostro diritto successorio:
– il già ricordato divieto di patti successori, che comporta la radicale
nullità di qualsiasi atto tra vivi diretto a disporre irrevocabilmente
dei propri beni per il tempo successivo alla morte di uno e/o l’altro dei
contraenti, perché, in sostanza, ciascuno ha facoltà di disporre mortis
causa del suo patrimonio soltanto ricorrendo alle due tipiche figure
dell’istituzione di erede e del legato testamentario;
– la c.d. legittima, intesa come quota del proprio patrimonio (molto
rilevante nel nostro ordinamento rispetto a quella prevista in altri
ordinamenti) di cui non si può liberamente disporre per testamento e/o
per donazione, perché riservata dalla legge ad alcuni soggetti (i c.d.
legittimari o eredi necessari: il coniuge, i discendenti e, in mancanza di
questi, gli ascendenti); un diritto, quello del legittimario, così
pregnante e intangibile che, ove inciso dal de cujus (in sede
testamentaria e/o con atti di liberalità da lui posti in essere in vita),
consente alla persona lesa di agire – in riduzione ed in restituzione e
prima ancora, se del caso, in collazione – nei confronti dei coeredi che
hanno ricevuto più di quello che il defunto avrebbe potuto loro
riconoscere.
E quindi, destinando l’imprenditore per testamento (o donando in
vita) l’azienda al figlio o ai figli più “capaci”, ove il restante suo
patrimonio (fittiziamente, come si sa, incrementabile del valore –
(ri)calcolato alla data del decesso – dei beni donati) non si riveli poi
(alla sua morte, cioè) sufficiente al soddisfacimento dei legittimari,
questi ultimi potrebbero costringere il figlio o i figli “beneficiati” –
addirittura anche quando costoro siano in grado di “colmare” con le proprie
forze la lesione della legittima dei coeredi – a liquidare l’azienda
ricevuta per successione (o donazione), con il pericolo di vederne
disperdere definitivamente l’intero suo valore (anche sociale, come
accennato).
E’ proprio qui, dunque, che intervengono le nuove norme, modificando
incisivamente, sia pure per le sole aziende e/o quote sociali, il quadro di
riferimento appena delineato e consentendo espressamente all’imprenditore
di “aggirare” il divieto di patti successori (il patto di famiglia,
infatti, non costituisce in realtà una deroga legale al divieto, perché
esso non è un vero patto successorio dato che l’azienda si “trasferisce”
qui immediatamente e non alla morte del disponente) e di concludere un
accordo in vita (perfezionabile tuttavia anche in più tempi e con più
contratti tra loro collegati) sia con il suo “delfino” che con gli altri
legittimari, cioè, appunto, un patto di famiglia. Con il consenso di tutti,
e con il soddisfacimento a carico del primo e/o dello stesso disponente dei
diritti di legittima dei secondi (“ove questi non vi rinunzino in tutto o
in parte”, precisa però significativamente l’art. 768-quater),
l’imprenditore può perciò definire una volta per tutte il passaggio
generazionale dell’azienda, assicurandosi così che essa vada nelle “giuste
mani” (ricordiamo, però, che deve in ogni caso trattarsi di suoi
discendenti, cioè di figli e/o nipoti in linea retta) e che gli altri
legittimari non ne possano mettere a repentaglio l’integrità con le loro
rivendicazioni, nella tranquillità per lui – insomma – che il frutto di una
vita di lavoro non vada perduto dopo la sua morte.
E però, quando il patrimonio dell’imprenditore vada ben oltre il
valore dell’ azienda di famiglia, e appaia quindi capiente quanto basta per
mettere d’accordo tutti – legittimari e non – con atti di liberalità inter
vivos e/o mortis causa (e senza neppure dover temere, poniamo, che le
rivalutazioni post mortem delle donazioni possano minimamente incidere
sulla legittima di alcuno), non sarà forse necessario ricorrere ad un
patto di famiglia (che oltretutto necessita sicuramente della disponibilità
di tutti a parteciparvi e a sottoscriverlo…). E se ne potrà fare a meno
anche quando si ritenga (come nella pratica avviene spesso ormai da qualche
anno, e con risultati soddisfacenti) che la donazione diretta della
“farmacia di famiglia” al figlio farmacista, opportunamente gravata di
oneri modali a carico di quest’ultimo e a favore degli altri legittimari
(per i quali gli oneri assumono univocamente la veste giuridica di
altrettante donazioni indirette ), sia parimenti in grado di
perseguire – non molto diversamente dal patto – il risultato concreto di
una ripartizione (equa quanto conforme a legge) del patrimonio tra tutti i
legittimari (pur se, a differenza del patto, astrattamente soggetta a
collazione e riduzione al decesso del trasferente).
Certo, queste rapide notazioni non possono risolvere le numerose
perplessità anche di ordine applicativo che derivano dalla lettura della
nuova legge; e però, su alcune di esse vale la pena soffermarsi un momento.

Ad esempio, il patto di famiglia contiene una o più liberalità? Se
non altro per l’espressa sua sottrazione a collazione e riduzione, diremmo
senz’altro di sì, nonostante qualche dubbio sulla configurabilità in ordine
a tutte le attribuzioni che vi possono essere contenute di un vero animus
donandi. Ed anzi, crediamo proprio che il patto si risolva spesso in una
autentica donazione modale, pur se ovviamente affatto particolare perché
essa può avere una causa anche solutoria (mirando altresì alla
liquidazione degli altri legittimari) oltre a produrre certamente effetti
divisori; e comunque è indiscutibilmente una donazione modale assai più
robusta, sotto il profilo successorio, di quelle, diciamo, sin qui
conosciute. Come pure si può trattare di un “fascio contestuale” di
donazioni, modali, dirette o anche indirette, e tutte operate dal “pater
familias” (che, se vorrà, potrà anche disporne taluna persino dispensando
il donatario da imputazione alla di lui legittima).
Come si misura poi nel concreto la compatibilità (fatta
dichiaratamente salva dall’ art. 768 bis) del patto con “le disposizioni in
materia di impresa familiare” di cui all’art. 230 bis del cod.civ., già per
conto loro complesse e talora inestricabili? Intanto è sicuro che la
compatibilità riguarda evidentemente le sole cessioni di aziende, e non
certo quelle di quote sociali; e poi, da una prima impressione sembra possa
ritenersi che il quantum attribuito agli altri legittimari non deve
rappresentare il corrispettivo della loro eventuale partecipazione
all’impresa familiare (in particolare, per utili maturati e non liquidati e
per incrementi aziendali), perché tale corrispettivo spetta a costoro ad
altro e ben diverso titolo, cioè appunto ex art. 230 bis.
C’è inoltre da chiedersi da quando decorra il termine prescrizionale
di un anno che (tutti) “i partecipanti” al patto hanno a disposizione per
impugnarlo, sia pure soltanto per errore , violenza e dolo; il dubbio è,
cioè, se esso decorra dalla data della stipula, o da quella in cui è stato
scoperto il dolo o l’errore, oppure è cessata la violenza. Sembrerebbe
lecito optare per questa seconda soluzione.
Un altro punto di domanda può riguardare la liquidazione –
espressamente prevista dal secondo comma dell’art. 768-quater – dei
diritti di legittima spettanti (sul valore attribuito nel patto all’azienda
assegnata) agli “altri partecipanti al contratto”, nel senso che non si
capisce se essa costituisca un elemento essenziale del patto e/o se debba
necessariamente avvenire a carico degli “assegnatari dell’azienda” (nel
qual caso, come si è visto, il patto di famiglia potrebbe anche risolversi
semplicemente in una pur articolata donazione modale), come peraltro
sembrerebbe stando alla perentoria formulazione della disposizione appena
citata.
Ci pare, però, che non sia esattamente così, perché, aggiunge il
terzo comma, il “pater familias” può (anche) assegnare agli altri
legittimari – “con lo stesso contratto” o “con successivo contratto che sia
espressamente collegato al primo e purché vi intervengano i medesimi
soggetti che hanno partecipato al primo contratto o coloro che li abbiano
sostituiti” – beni diversi dall’ azienda di famiglia da imputare appunto
“alle quote di legittima loro spettanti”, ricorrendo in pratica a quel
“fascio contestuale” di donazioni (in tale ipotesi tutte dirette) cui sopra
si è fatto cenno.
Insomma, forse i diritti di legittima degli “altri partecipanti” –
calcolati , giova ribadirlo ancora una volta, sul solo valore dell’azienda
assunto nel patto – potranno essere indifferentemente soddisfatti tanto
dall’ assegnatario dell’azienda (con liquidazione diretta a suo carico),
quanto dallo stesso imprenditore (con il ricorso, cioè, all’assegnazione di
altri beni), ovvero nell’uno e nell’altro modo contemporaneamente.
Considerato del resto che il patto di famiglia non deve soddisfare
l’intera legittima spettante a ciascun partecipante ma soltanto la porzione
di sua pertinenza sull’ azienda di famiglia, può ben accadere che gli altri
legittimari risultino alla morte dell’imprenditore ancora creditori di
qualcosa in conto della loro quota; e però, un’evenienza del genere non
priva naturalmente di validità e/o efficacia il contratto , perché – ecco
il punto – con la partecipazione anche dei legittimari non assegnatari
(dell’azienda), e dunque con il loro assenso all’operazione (che accettino
il pagamento della somma loro spettante, o che vi rinuncino, non fa
differenza), il patto di famiglia raggiunge il risultato voluto dalla legge
di “cristallizzare” alla sua data il valore di tutte le liberalità, dirette
e indirette, o comunque di tutte le disposizioni che vi sono contenute (e
soltanto di quelle), e soprattutto realizza l’obiettivo (fondamentale,
secondo la stessa mens legis) di blindare il trasferimento dell’ azienda
sottraendo – come conclude l’art. 768-quater – “quanto ricevuto dai
contraenti” (dagli assegnatari dell’azienda come da tutti gli altri
partecipanti) sia alla collazione che all’azione di riduzione, e
introducendo così una deroga importante a due principi, sinora sacri e ben
fermi: quello secondo cui la determinazione dei diritti del legittimario
va compiuta sulla base del valore posseduto dai beni relitti e/o donati in
vita alla data di apertura della successione, e l’altro per il quale il
legittimario non può rinunciare all’ azione di riduzione, neppure
tacitamente, finchè il donante è in vita.
E ancora: è decisivo ai fini della validità del patto che esso
contenga espressamente una valutazione concordata e definitiva dell’azienda
di famiglia trasferita? La risposta dovrebbe essere qui affermativa, perché
è su quel valore, come detto più volte, che vanno calcolate – secondo i
criteri della legittima – le somme (anch’esse perciò determinate o
determinabili) dovute agli altri legittimari; senza contare che,
risolvendosi il patto di famiglia – per lo più – in atti di liberalità,
l’indicazione “nell’atto medesimo della donazione” del valore dei beni
donati è tuttora imposta, a pena di nullità, dall’art. 782 cod.civ.
Infine, qual ‘è la vera portata del disposto, già riferito, dell’art.
768-quater, primo comma, secondo cui al patto di famiglia “devono
partecipare anche il coniuge e tutti coloro che sarebbero legittimari ove
in quel momento si aprisse la successione nel patrimonio
dell’imprenditore”? Il dettato della norma sembra imperativo, e quindi
dovrebbe senz’altro ritenersi radicalmente nullo il patto cui non abbiano
partecipato tutti i “potenziali” legittimari a quel momento (compresi i
minori di età, indubbiamente , anche se per loro dovrebbe essere necessaria
la preventiva autorizzazione del giudice tutelare).
Può tuttavia accadere che all’imprenditore sopraggiungano
(successivamente alla stipula del patto, cioè) altri legittimari (un
figlio, un secondo coniuge dopo il divorzio dal primo, ecc..); ebbene, la
norma riconosce loro – “all’apertura della successione dell’imprenditore” –
semplicemente il diritto di chiedere “ai beneficiari” del patto (a tutti i
beneficiari, aggiungiamo noi, e perciò sia all’ assegnatario dell’ azienda
che agli altri partecipanti, in solido tra loro) il pagamento della loro
quota di legittima (sempre calcolata, attenzione, con riguardo al valore
dell’ azienda di famiglia come assunto nel patto stesso) “aumentata degli
interessi legali”; e solo in caso di inadempimento a tale obbligazione
costoro possono impugnare il patto.
In conclusione, però, sono al momento ancora numerosi gli aspetti del
patto di famiglia (che si “muove ”, come si è già accennato, tra la
successione, la donazione, e magari la divisione, istituti di per sé
già molto complicati dal punto di vista giuridico) sui quali gravano
importanti incertezze (e ancor più quando il patto riguardi
“partecipazioni societarie”), e per alcune di esse ci vorrà forse del
tempo, e ancor più interventi univoci della Cassazione, per risolverle una
volta per tutte (e spesso, chissà, si tratterà di soluzioni che potranno
smentire le tesi da noi proposte in questo primo commento …).
Ciò nondimeno, specie nelle vicende familiari meno complesse, questa
nuova figura negoziale pare in grado di funzionare già ora in modo
adeguato e comunque, come accennato, proprio la farmacia può rivelarsi
l’azienda “più giusta” per la sua assegnazione mediante un patto di
famiglia, con cui perciò, tanto per fare un esempio molto ricorrente, il
titolare potrebbe trasferire la farmacia (naturalmente) al figlio
farmacista, gravando tuttavia tale assegnazione di tanti oneri modali per
quanti sono gli altri legittimari da “liquidare” (poniamo, il coniuge e
altri due figli), tutti pertanto a carico dell’“assegnatario-donatario”
dell’azienda di famiglia e ciascuno di essi per un importo corrispondente
alla legittima di ognuno di loro (e quella del coniuge, comunque, potrebbe
essere soddisfatta anche con la costituzione di un vitalizio a suo
favore). In questo esempio, quindi, avremmo un patto di famiglia realizzato
nella forma di donazione modale, soluzione a nostro avviso del tutto lecita
e conforme alla nuova legge.
Quanto, da ultimo, ai profili di natura fiscale (e salvo il “peso”
che eventualmente potrà avere un parziale ritorno – forse imminente –
all’imposizione di successioni e donazioni di un certo valore), considerato
che lo schieramento politico uscito vincitore dalle recenti elezioni ha
preannunciato di voler continuare a favorire, anche fiscalmente, le
cessioni di aziende all’interno di uno stesso nucleo familiare, crediamo
che gli oneri tributari connessi anche indirettamente al patto di famiglia
si riveleranno alla fin fine sostanzialmente modesti.
Al più, potremmo temere che l’amministrazione finanziaria ravvisi
all’interno del patto il pagamento da parte dell’assegnatario
dell’azienda – quando naturalmente posti a suo carico – di “conguagli
divisori” (pensando quindi al patto come ad una “divisione in vita”
dell’imprenditore), e pretenda così di assoggettare i relativi importi ad
imposta di registro in misura del 3%.
(g.bacigalupo)