Sediva News del 25 novembre 2005

La nullità dei contratti (presuntivamente) elusivi

Con una fondamentale, quanto articolata sentenza, la Cassazione ha
recentemente affermato il principio secondo cui, quando più atti negoziali
– pur astrattamente leciti – sono posti in essere al solo scopo di
conseguire un risparmio d’imposta, devono essere ritenuti nulli per
“difetto di causa”, perché da essi non può conseguirne per i contraenti
alcun vantaggio economico all’infuori appunto del risparmio fiscale.
Più esattamente, “le parti non possono trasferire beni soltanto per
trasferirli e cioè senza perseguire uno scopo economico, che deve dare
l’impronta giuridica alla volontà contrattuale” (la proposizione, per la
verità, appare un po’ involuta, anche se abbastanza univoca nel
significato…); e quindi, ad esempio, la società X non può trasferire alla
società Y un pacchetto azionario (era proprio questo il caso ivi esaminato
e deciso dalla Suprema Corte) sol per il tempo necessario a consentire la
riscossione in capo ad Y dei dividendi, per poi ritrasferire ad X la
proprietà delle azioni (perdipiù ad un prezzo inferiore per realizzare una
qualche minusvalenza), perché tale fattispecie negoziale – formalmente
composta da due contratti, pressoché contestuali e previamente programmati,
che prevedano un acquisto ed un’immediata retrocessione di beni – non può
considerarsi giuridicamente idonea alla traslazione del diritto di
proprietà in ordine ad essi, ma instaura meri rapporti obbligatori tra le
parti.
Con l’ovvia conseguenza, conclude la Cassazione, che atti di quel genere
non possono essere opposti al Fisco, che è pertanto legittimato a non
riconoscerne la validità, recuperando perciò a tassazione – questa, in
soldoni, la sintesi che se ne ricava – l’imposta eventualmente elusa.
Al di là, tuttavia, delle solenni affermazioni di principio, non
sembrerebbe in fatto agevole l’opera di “ricostruzione giuridica” che l’AF
sarebbe chiamata a svolgere ove intendesse davvero intercettare l’ipotetico
intendimento “fraudolento”(cioè, in frode all’Erario) delle parti, a meno
che, beninteso, una decisione del genere non finisca nella pratica per
autorizzare interventi del Fisco inaccettabilmente sintetici o troppo
disinvolti, alla ricerca, cioè, dell’elusione “a tutti i costi”.
Certo, questa sentenza – comunque ricca di spunti di diritto processuale e
di diritto sostanziale – è molto importante (per giunta, a quanto sembra,
il suo contenuto sarebbe stato ora ribadito da una successiva pronuncia
della Cassazione), ed è ancor più importante per quel che dice e anche per
quel che non dice, o che comunque sottende, sia in ordine ad una (forse)
esistente (nel nostro ordinamento) norma generale antielusiva (che sarebbe
contenuta nell’art. 37-bis del DPR 600/73) e sia con riguardo agli enormi
poteri riconosciuti all’AF, e soprattutto al giudice, di penetrare
addirittura nelle “riserve mentali” dei contraenti (alla ricerca, cioè, di
quell’intento fraudolento nei confronti del Fisco come causa unica del loro
comportamento contrattuale) fino a sterilizzare la pur “sovrana” autonomia
negoziale privata.
Staremo dunque a vedere quale sarà il reale sviluppo della vicenda, che
però rischia nel concreto di porsi in termini comunque molto delicati; e,
in ogni caso, da oggi gli operatori del diritto, e dei tributaristi in
particolare, dovranno tenere adeguato conto di questo nuovo scenario.
(g.bacigalupo)

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