Sediva News del 21 novembre 2005

Ancora la Cassazione sugli accertamenti fiscali

Con un condivisibile “rigurgito” di giurisprudenza garantistica, una
recente decisione della Suprema Corte chiarisce alcuni importanti
aspetti applicativi dei principi in tema di onere della prova, su cui del
resto si gioca spesso tutta una partita con il Fisco.

Qui, per la verità, la regola generale sarebbe ben chiara, e a dettarla è
l’art. 2697 c.c., che al riguardo fissa infatti due principi del tutto
univoci: “chi (che sta ovviamente per “chiunque”, compresa quindi
l’Amministrazione finanziaria: ndr) vuol fare valere un diritto in giudizio
deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento”; “chi (invece:
ndr), eccepisce (cioè, “contesta”) l’inefficacia di tali fatti ovvero
eccepisce che il diritto si è modificato o estinto, deve provare i fatti
su cui l’eccezione si fonda”.

E però, questo è il punto, non sempre l’Amministrazione finanziaria mostra
di intendere correttamente questi capisaldi, specie nello svolgimento della
sua attività di accertamento, nella quale è invece generalmente
determinante capire come il Fisco giunga al recupero di materia imponibile.

Ora, se il maggior imponibile è, ad esempio, riferibile a maggiori ricavi
rispetto a quelli dichiarati, spetterà evidentemente all’AF dimostrare
l’esistenza dei fatti assunti a base della sua pretesa come pure il nesso
logico tra quei fatti e la determinazione di quel maggiore imponibile;
mentre, da parte sua, il contribuente che intenda contestare quella
“ripresa”- adducendo l’esistenza di costi maggiori di quelli considerati,
ovvero l’esistenza di vicende modificative o estintive di quelle poste a
base della pretesa erariale – avrà l’onere di documentare e/o dimostrare
tali maggiori costi ovvero le vicende che egli assume a suo favore.

Ma se, ben diversamente, il Fisco recupera materia imponibile mediante il
disconoscimento di costi regolarmente documentati (con fatture o simile)
dal contribuente, sostenendo, poniamo, che quei costi attengono – tutti o
in parte – ad operazioni invece “inesistenti”, sarà il Fisco a dover
provare la falsità (materiale e/o ideologica) di quei documenti (perché
soltanto così i costi potrebbero configurarsi come “inesistenti” con la
conseguente ripresa a tassazione), e non sarà dunque il contribuente, che
ha assolto regolarmente al suo onere di documentazione, a dover dimostrare
che l’operazione commerciale descritta in fattura è effettiva.

Come dicevamo, su queste conclusioni non si può non essere d’accordo.

(f.lucidi)

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