Sediva News del 31 ottobre 2005

I limiti alla retroattività del “redditometro”

Come sappiamo ormai da tanti anni, la normativa fiscale prevede, tra gli
altri, l’accertamento (c.d. sintetico) sulla base del “tenore di vita” del
contribuente.

Il legislatore, infatti, ha previsto – a decorrere dal 1992 –
l’applicazione di coefficienti moltiplicatori di particolari e specifiche
spese (quali, ad esempio, automobili, barche, cavalli, domestici, ecc…)
sostenute in uno stesso anno, e la cui sommatoria conduce ad un certo
ammontare di reddito “accertabile” dal Fisco direttamente, senza quindi la
necessità per quest’ultimo di addurre altre prove: parliamo, naturalmente,
del c.d. “redditometro”.

La Corte di Cassazione ha più volte confermato la legittimità di tale
metodica, sancendo per di più il principio della sua “retroattività”,
l’applicabilità cioè ad anni anteriori all’approvazione dei coefficienti,
trattandosi di norme di natura meramente procedimentale.

A quest’ultimo riguardo, però, la Suprema Corte ha ora precisato che,
ferma la facoltà per il contribuente di provare in sede contenziosa che il
reddito presunto non esiste, o esiste in misura inferiore, ovvero che egli
possiede redditi non soggetti ad imposta, o che scontano tributi alla fonte
(come le famose rendite finanziarie), tale efficacia “retroattiva“ del
“redditometro – considerata l’ovvia impossibilità per il soggetto
“accertato” di conoscere i coefficienti moltiplicatori al momento della
presentazione della dichiarazione dei redditi – non può essere estesa anche
alle sanzioni.

Tutto sommato, una sia pur magra consolazione.

(s.lucidi)

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