Sediva News dell’11 ottobre 2005

I gennaio 2006: vecchia liquidazione o nuovi fondi pensione?

E’ un tema notoriamente di grandissima attualità e sul quale, del resto,
riceviamo da più parti numerose richieste di chiarimenti; senonchè, come
sappiamo, il provvedimento sul TFR è stato ora inopinatamente rinviato
alle Camere scatenando accese polemiche su vari fronti, e quindi è
possibile che esso subisca in extremis qualche importante modifica, come
pure non si può escludere che alla fine possa spuntarla il Welfare e che
la riforma “passi” sostanzialmente nei termini in cui oggi la conosciamo.

Vale in ogni caso la pena rammentarne le linee essenziali.
Dunque, dal I gennaio 2006 ed entro il successivo mese di giugno (salve
proroghe, che comunque a questo punto appaiono ovviamente molto
probabili) i lavoratori delle aziende private dovranno scegliere se
continuare a farsi accantonare annualmente dal datore di lavoro la cara e
vecchia liquidazione (che, ricordiamolo, corrisponde a circa il 7% della
retribuzione annua lorda) ovvero trasferire il relativo importo ai c.d.
fondi pensione.
In quest’ultima ipotesi, i lavoratori dovranno anche scegliere tra
l’eventuale fondo pensione di categoria, o l’eventuale fondo pensione
aziendale, ovvero uno di quelli (c.d. “aperti”) collocati o istituiti da
banche o assicurazioni.
Il silenzio del dipendente, quando cioè egli non opti espressamente né per
l’accrescimento del TFR presso l’azienda né per il trasferimento della
somma ad un (qualunque) fondo pensione, vale come assenso (verso
quest’ultimo) e però, si badi bene, in tal caso, gli accantonamenti annuali
– dal 2006 in poi – passano “in prima battuta” all’eventuale fondo di
categoria o aziendale, ma, se questo non esiste, essi vanno ad un
apposito fondo dell’Inps.
Attenzione, una volta intrapresa la strada del fondo, il lavoratore (salva
sempre la facoltà da parte sua di “passare” da un fondo “aperto” ad un
fondo di categoria o aziendale, ma non viceversa) non può ripensarci,
perché non gli è consentito tornare alla liquidazione; invece, è
possibile il contrario, perché chi ha preferito mantenere il vecchio TFR
può sempre cambiare idea e trasferire quando vuole i versamenti in un
qualunque fondo pensione.
Naturalmente, come si sarà compreso, tutto il denaro accantonato finora
per la liquidazione resta dove è e verrà intascato al momento della
cessazione del rapporto di lavoro.
Inoltre, con l’attuale sistema del TFR ogni anno il lavoratore in fatto
non percepisce una porzione della sua complessiva retribuzione (pari, come
accennato, a circa il 7% dell’importo annuo lordo) e l’azienda resta quindi
nella disponibilità di questa somma fino all’estinzione del rapporto, anche
se gli accantonamenti annuali sono nel concreto protetti contro la
svalutazione del denaro grazie ad una rivalutazione del TFR (che è a
carico dell’azienda) in misura pari al 75% del tasso di inflazione annuo
maggiorato dell’1,5%.
Così, ad esempio, se l’inflazione nel 2005 fosse pari all’1,6%, il suo 75%
corrisponderà all’1,2% che, tenuto conto della maggiorazione fissa
dell’1,5%, diventerà infine del 2,7%, e quindi, in questo esempio, a
fronte della disponibilità del denaro, l’azienda dovrà rivalutare l’intero
TFR del 2,7%.
Ben diversamente, ove il lavoratore opti (anche con il suo silenzio) per i
fondi pensione, il datore di lavoro dovrà girare la somma periodicamente
maturata direttamente al fondo (cui inoltre dovrà versare anche l’ammontare
corrispondente al 2% sempre dell’importo lordo annuo della retribuzione,
soltanto però quando si tratti di fondi di categoria o aziendali: ed è
proprio questo il profilo – sicuramente poco gradito a banche ed
assicurazioni – ad aver ora “stoppato” il provvedimento al Consiglio dei
Ministri).
In pratica, come è intuitivo, la rivalutazione del capitale dipenderà nel
concreto soprattutto dai rendimenti realizzati dai gestori dei fondi
stessi in conseguenza sia della loro “bravura” che, ovviamente,
dell’andamento in genere dei mercati finanziari.
Al momento del pensionamento, perciò, il lavoratore (ove non preferisca
incassare immediatamente la metà – e, salve vicende particolarissime, non
oltre la metà – del capitale maturato sulla sua posizione
nel fondo) potrà godere, in luogo (o, per i dipendenti con maggior
anzianità, in aggiunta) della liquidazione, di una rendita evidentemente
proporzionata ai versamenti effettuati per suo conto al fondo pensione dal
datore di lavoro, e influenzata dai rendimenti derivanti dalla gestione
finanziaria delle somme.
Infine, per andare incontro alla “crisi” di liquidità che le aziende
potrebbero incontrare per effetto dell’opzione dei dipendenti a favore dei
fondi pensione (che costringerà le aziende stesse, come si è visto, a
versare annualmente ai fondi le somme maturate, senza poterne disporre come
accade invece oggi con il sistema del TFR) è stato raggiunta un’intesa tra
ABI e Governo per facilitare il loro accesso al credito bancario, perché
sono stati concordati prestiti con un tasso non superiore al 4,16%, che
verranno tuttavia erogati soltanto alle imprese che non siano “in
sofferenza” e rispondano anzi a determinati requisiti di affidabilità
(anche se è stata prevista l’istituzione, a carico dello Stato, di un
“Fondo di garanzia” destinato a rifondere le banche per il caso di
insolvenza delle imprese). E poi, come accennato nella Sediva news del
05/10/2005, il decreto legge in cui si articola la manovra finanziaria
2006 contempla sul piano generale – a favore delle imprese stesse –
importanti esenzioni contributive.
Questo, al momento, lo “stato dell’arte” della riforma che si annuncia in
ogni caso epocale, perché destinata a far finalmente decollare anche nel
nostro Paese i tormentatissimi fondi pensione, sinora fermi ad uno stato
poco più che embrionale. Certo, questo del TFR è un “affare” di quasi
tredici miliardi di euro annui, perché a tanto ammonta in Italia il 9%
della retribuzione annua lorda dei lavoratori dipendenti, e, di quei
tredici, nove miliardi (pari al 7%) corrispondono a quanto effettivamente
maturato da questi ultimi, mentre i residui quattro miliardi (pari al
restante 2%) è il “carico” aggiunto dai datori di lavoro.
Si tratta evidentemente di una somma comunque enorme, tale perciò da far
insorgere robusti appetiti a tutti gli… addetti ai lavori.

(s.lucidi)

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