Sediva News del 26 maggio 2005

Il trasferimento dell’unica farmacia da una frazione all’altra –
QUESITO

Sono il Sindaco di un paese di circa 2000 abitanti, che sono dislocati in
circa 1.100 nel capoluogo e in circa 900 in una frazione (distante 3 Km dal
primo) con la stazione ferroviaria.
Nel comune c’è una sola farmacia attualmente ubicata nel capoluogo, ma il
titolare, per motivi commerciali, intende spostarsi nella frazione-scalo,
dove addirittura ha già acquistato anche un locale.
Vorrei sapere se il Comune può opporsi validamente alla richiesta del
farmacista (con il quale personalmente sono comunque in ottimi rapporti) o,
in caso contrario, se posso chiedere alla Regione (e questa soluzione
sarebbe per noi la migliore) di istituire nel capoluogo un dispensario
farmaceutico.

Il tema del trasferimento della farmacia all’interno della sede è in linea
generale governato dal principio della libera scelta del titolare circa
l’ubicazione dell’esercizio sia pure nel rispetto anche della distanza
legale di 200 metri dagli altri esercizi (che diventano 3000 metri ove si
tratti di una farmacia istituita con il criterio topografico che intenda
“spostarsi” nell’ambito della frazione cui sin dall’origine è stata
destinata).
Ferme, cioè, queste due condizioni (inerenza del nuovo locale alla sede di
riferimento e distanza dalle altre farmacie), il titolare di farmacia può
trasferire l’esercizio in un qualunque locale, dato che – ripete da tempo
la giurisprudenza – tutti i “punti” all’interno della sede sono
virtualmente parimenti idonei a soddisfare le “esigenze degli abitanti
della zona” (ma per le doverose notazioni su queste “esigenze” alla luce
del “nuovo” art.1 della l. 475/68, rinviamo alle Sediva news del 30/07/2003
e 25/06/2004), perchè è soltanto in fase di delimitazione di ciascuna
circoscrizione farmaceutica, e perciò in fase di revisione periodica della
pianta organica, che la P.A. può intervenire nella determinazione e/o
variazione dell’area territoriale relativa alla singola sede, e quindi
individuare – almeno “sulla carta” – il bacino di utenza alla cui cura la
relativa farmacia viene deputata.
Senonchè, per una farmacia urbana ubicata – poniamo – nel quartiere di una
città, il principio non sembra possa naturalmente tollerare nessuna
eccezione, essendo ivi inconfigurabili nel concreto “esigenze degli
abitanti della zona” tali da costituire un fattore in qualunque modo
impeditivo del trasferimento.
Diversa potrebbe però essere la conclusione in un caso come quello da Lei
descritto, che riguarda invece l’unica sede, e quindi l’unica farmacia, di
un comune dove i centri abitati di una certa consistenza sono soltanto due,
di sostanziale equivalenza demografica e distanti tra loro “circa 3 Km”
(una distanza peraltro non gigantesca…). In una vicenda del genere,
infatti, potrebbe ammettersi una sia pur ridotta area di discrezionalità da
parte dell’Amministrazione (che qui è il Comune) chiamata ad autorizzare o
negare il richiesto trasferimento cui pertanto in tale evenienza potrebbe
riconoscersi il potere/dovere di valutare altresì se – con riguardo
all’assistenza farmaceutica all’intera popolazione comunale – sia
meglio rispondente che l’unica farmacia sia ubicata in un
centro
abitato piuttosto che nell’altro, e quindi se l’interesse pubblico sia
meglio perseguito lasciando l’esercizio nel vecchio capoluogo ovvero
consentendone il trasferimento nella frazione-scalo.
In tal senso, del resto, continuano ad esprimersi qua e là alcune decisioni
dei giudici amministrativi, evidentemente preoccupati di non svuotare del
tutto – in principio – la potestà dell’Amministrazione neppure in casi come
questi, riconoscendole perciò ancora un qualche margine di intervento
perlomeno quando la nuova ubicazione prescelta dal titolare dell’unica
farmacia si appalesi manifestamente dannosa – specie con riguardo alla
distribuzione demografica sull’intero territorio comunale – per la
popolazione da servire. Non sembrano francamente numerosissime le ipotesi
in cui la scelta del titolare possa rivelarsi non coincidente con gli
interessi degli abitanti (perché egli mira naturalmente a servirne il più
alto numero possibile …), ma in casi-limite questo può anche accadere e
quindi con tale impostazione giurisprudenziale si può, in ultima analisi,
essere forse d’accordo.
E però, per restare ben dentro la fattispecie da Lei posta, non può essere
sicuramente la modesta distanza che separa i due centri, né l’esigua
differenza nel numero degli abitanti che rispettivamente vi risiedono, a
costituire autentiche ragioni di per sé ostative all’accoglimento della
domanda (anche perché, in particolare, sarebbe agevole per il titolare di
farmacia dimostrare che nella frazione-scalo la popolazione in grado di
fruire concretamente dell’esercizio sarebbe ben maggiore di quella
residente, se non altro quando si tenga conto anche dell’utenza ivi
“fluttuante” in dipendenza proprio dello scalo ferroviario), talchè, ove
davvero il Comune pensasse di impedire il trasferimento, dovrebbe darsi
carico – onere non da poco, badi bene – di individuare “altrove”
l’eventuale serio nocumento che ne potrebbe derivare per gli abitanti del
capoluogo, laddove, ad esempio, la particolarissima situazione viaria e/o
la modestissima frequenza del locale servizio pubblico di autolinee
rendessero gravemente disagevole per quegli abitanti accedere alla frazione-
scalo (senza trascurare, naturalmente, che i residenti e i “fluttuanti” di
quest’ultima potrebbero a loro volta, nel caso di diniego, lamentare – e
forse ancor più a ragione – lo stesso grave disagio…).
Come avrà rilevato, insomma, sembra difficile che il Comune possa
legittimamente ostacolare la scelta del titolare di farmacia, il quale
dunque, nell’ipotesi di rigetto della sua domanda, potrebbe ricorrere al
TAR con buonissime probabilità di successo.
Anche all’altro quesito non crediamo di poter dare una risposta molto
confortante per i Suoi desiderata, perché, a meno che non si voglia pensare
ad una poco credibile seconda sede farmaceutica in un comune di circa 2000
abitanti(!), non c’è nessuna possibilità di istituire nel capoluogo (una
volta “abbandonato” dalla farmacia), né ovviamente nella frazione-scalo
(nel caso contrario), un dispensario permanente (che presuppone appunto
l’istituzione di una seconda sede), ma neppure – ci pare – un dispensario
stagionale (perché anche per questo sembra manchino del tutto i
presupposti).
Il comune, in definitiva, è destinato a farsi “bastare” un solo presidio
farmaceutico, cioè l’attuale unica farmacia, e praticamente libera
quest’ultima (per quanto detto) di collocarsi nell’uno o nell’altro dei due
centri abitati del territorio.

(g.bacigalupo)

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