Sediva News del 10 novembre 2004

La Cassazione: nulle anche le “vecchie” clausole anatocistiche
dei c/c bancari.

Sconfitte dunque le Banche e clamorosa vittoria dei consumatori.

Con una sentenza di questi giorni, cui la stampa ha dato giustamente ampio
risalto, le Sezioni unite della Suprema Corte, infatti, non soltanto hanno
ribadito la nullità delle clausole dei c/c bancari che consentivano agli
Istituti di capitalizzare trimestralmente gli interessi passivi
(imponendo sostanzialmente al cliente di pagare interessi sugli interessi,
appunto il c.d. “anatocismo”), ma hanno altresì chiarito – ed è qui
ovviamente la grandissima novità – che il principio deve intendersi
operante anche ai contratti stipulati anteriormente al 1999, anno in cui
furono pubblicate sia le prime decisioni in tal senso della Cassazione (e
della Corte Costituzionale) e sia il decreto del Governo-D’Alema che
impose alle Banche di adeguarvisi calcolando trimestralmente anche gli
interessi attivi per i clienti.

In “soldoni” (è proprio il caso di dire così!), questo significa che
qualsiasi correntista che abbia subito, negli ultimi dieci anni (che è il
termine ordinario di prescrizione), “prelievi” trimestrali a titolo di
interessi passivi sui propri c/c (anche se, in fatto, la pratica
anatocistica pare sia stata abbandonata sin dallo stesso anno 1999), può
ora richiederne il rimborso integrale all’Istituto, che potrà risultare
forse più agevole ove il c/c “incriminato” sia ancora aperto, perché,
diversamente, l’interessato dovrebbe darsi carico di rintracciare la
documentazione contabile inerente a quel conto.

Da alcune stime, i correntisti da risarcire sarebbero circa 10 milioni, cui
le Banche – che hanno subito dichiarato la loro più ampia disponibilità in
tal senso (!) – dovrebbero rimborsare tra i 20 e i 30 miliardi di euro.

Come è noto, tuttavia, non è ancora prevista nel nostro ordinamento la c.d.
class action, che permetterebbe di estendere a tutti gli interessati i
risultati di un’unica azione giudiziaria (una sorta di azione popolare o,
se si preferisce, di classe), cosicché, salvo l’auspicabile intervento del
legislatore, ciascuno di noi dovrà provvedere per conto proprio. Al
momento, però, può essere sufficiente una richiesta formale all’Istituto di
credito (con lettera raccomandata a.r.) per interrompere i termini
prescrizionali, utilizzando, ad esempio, il fac-simile da noi ora inserito
nell’Area Clienti (“Modulistica & Tabelle”), ovvero, magari, il modello
pubblicato dall’Associazione per la difesa dei risparmiatori (ADUSBEF) nel
suo sito www.adusbef.it.

(Studio Associato)

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