Sediva News del 6 ottobre 2004

Il parere comunale nella revisione della p.o. – QUESITO

La legge n. 475/68 attribuisce al Consiglio comunale la competenza ad
esprimere il parere circa la revisione biennale della pianta organica.
Tuttavia, con la riforma dell’ordinamento degli enti locali, attuata dalla
L. 142/90, le competenze del Consiglio si sono ridotte sensibilmente e
nell’elenco di queste non figura la revisione della p.o.; dal che si evince
la competenza residuale della Giunta comunale.
Di tale avviso sono stati anche diversi Tar .
Ho però bisogno di sapere da voi cosa ne pensa la Regione Lazio.

La vicenda, soprattutto dopo la risolutiva decisione del Consiglio di
Stato n. 2860 del 20/12/2000, deve oggi ritenersi senz’altro risolta a
favore della Giunta quale (solo) organo comunale competente a rendere il
prescritto parere in sede di revisione della pianta organica delle
farmacie.
Il sistema di riparto delle attribuzioni tra il Consiglio e la Giunta,
infatti, si fonda ormai – tenuto conto dell’art. 48 del dlgs 267/2000 (t.u.
enti locali), che ha recepito l’abrogato art. 35 della L. 142/90 – sul
principio, esattamente opposto a quello previgente, secondo cui la Giunta
ha competenza generale, nel senso che spettano ad essa tutti gli atti
d’amministrazione che la legge e/o lo statuto non riservino all’Organo
assembleare o al Sindaco.
Ora, quello che ha fatto discutere per oltre dieci anni è l’espressa
riserva al Consiglio (contenuta nella norma citata) di un elenco di “atti
fondamentali”, nei quali vengono testualmente ricompresi i “programmi”,
perché il sospetto di qualche Tar era che anche la p.o. delle farmacie
potesse essere ritenuta, per la sua indubbia natura di atto di
pianificazione e programmazione, uno di quei “programmi”, e che dunque la
funzione consultiva del Comune in tema di piante organiche (che l’art. 2
della L. 475/68, tuttora in vigore, attribuisce dichiaratamente – non
dimentichiamolo – al “consiglio comunale interessato”) dovesse (continuare
ad) essere esercitata appunto dal Consiglio e non dall’Organo di governo
(del resto, fino alla legge del 1990, e perciò per più di 20 anni, erano
sicuramente proprio i Consigli a dover esprimere questi pareri, sia pure –
come spesso accadeva – con deliberazioni di mera ratifica di pareri
giuntali, e infatti non erano infrequenti i casi di annullamento
giurisdizionale di p.o. adottate senza alcun intervento consiliare).
Ma, come accennato, è alfine intervenuto il Supremo Consesso Amministrativo
che, con quella sentenza n. 2860/2000, ha definitivamente chiarito che –
considerato che per legge il Consiglio “è l’organo di indirizzo e di
controllo politico-amministrativo” – quei “programmi” possono essere
soltanto gli “atti fondamentali relativi alla programmazione della vita
politico-amministrativa dell’Ente locale, e non anche ogni altra attività
programmatoria”.
Può, dunque, considerarsi ormai jus receptum che (anche) il parere in sede
di revisione della p.o. – nonostante la perdurante vigenza del richiamato
art. 2 della L. 475/68 – deve essere reso, a pena di illegittimità del
provvedimento stesso di revisione, dalla Giunta comunale; e questo
principio, beninteso, non dovrebbe tollerare eccezioni (se non,
probabilmente, quando lo permetta il singolo statuto regionale, perché, ad
esempio, per la Sicilia si va sempre più affermando in giurisprudenza –
sia nei Tar siciliani che nel Consiglio di Giustizia – il convincimento
che in questa regione possa essere anche il Sindaco ad esprimere il
parere), e perciò – per venire finalmente al punto centrale del Suo quesito-
il principio deve valere anche per il Lazio.
Senonchè, la Regione Lazio – almeno sino ad oggi – non è sembrata proprio
di questo avviso, tant’è che le ultime due deliberazioni adottate in
materia dalla Giunta (n. 777 e n. 778 del 01/08/03), combinandola davvero
grossa, hanno pensato bene di ammettere nel procedimento di revisione sia i
pareri espressi dai Consigli, che quelli provenienti dalle Giunte
(quest’ultimo , per dirne uno, è stato il caso del parere espresso dal
Comune di Roma).
A questa singolare conclusione, tanto forse “salomonica” quanto priva di
fondamento, la Giunta laziale perviene dopo aver dato bensì conto – nelle
premesse di ambedue le deliberazioni – del sopraggiungere della ricordata
decisione del Consiglio di Stato, senza però trarne la dovuta conseguenza,
che era ovviamente quella di pretendere che tutti i pareri comunali fossero
espressioni delle Giunte, ed invece (probabilmente per non “rimangiarsi”
una precedente circolare regionale che aveva esplicitamente richiesto
pareri consiliari) dando ingresso nel procedimento sia agli uni che agli
altri, con la fatale illegittimità – anche se per un mero profilo di
forma, come questo – delle piante organiche eventualmente “revisionate”
sulla base di pareri dei Consigli (peraltro, ove non tempestivamente
gravate di ricorso al Tar Lazio, anch’esse sono ormai naturalmente
inoppugnabili).
C’è da augurarsi, in ogni caso, che almeno in occasione delle prossime
revisioni la Regione Lazio eviti accuratamente di….ripetersi.

(g.bacigalupo)

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