Sediva News del 20 maggio 2004

I condoni fiscali e gli studi di settore

Come sappiamo, i ricavi (e i compensi) dichiarati dai titolari di redditi
d’impresa (e di lavoro autonomo) vengono automaticamente (dunque con il
“maxi-computer” del Fisco, e senza ulteriori “istruttorie”) confrontati con
quelli derivanti dagli studi di settore ove il titolare del reddito sia in
contabilità semplificata, oppure in quella ordinaria per “opzione”
(volontariamente scelta, cioè, dai “semplificati naturali”, come ad es. le
imprese con un volume d’affari inferiore ad € 516.457,00). E in questo
confronto “prevalgono” i ricavi o i compensi emergenti dagli “studi di
settore” su quelli dichiarati soltanto quando questi ultimi risultino “non
congrui” per due annualità su tre consecutive.

A questo riguardo, l’Agenzia delle Entrate ha ora precisato che anche
nell’ipotesi in cui una delle due annualità “non congrue” sia rientrata nel
condono tombale, e dunque non sia più “accertabile”, essa costituisce pur
sempre il “precedente” per poter applicare i ricavi derivanti dagli studi
di settore altresì all’annualità successiva “non congrua”.

Il motivo é presto spiegato: il condono tombale , quando il reddito di
impresa o di lavoro autonomo non era “congruo” rispetto agli studi di
settore, prevedeva un meccanismo di versamento percentuale legato alle
imposte e non al reddito dichiarato. In altre parole, con il condono
tombale non sono stati integrati i ricavi fino al limite risultante dagli
studi di settore, ma é stato semplicemente versato un importo forfettario.

Per la stessa ragione, però, nel caso in cui l’anno di imposta “non
congruo” sia stato definito con il concordato, questo non rileva ai fini
del conteggio delle due annualità “non congrue” su tre consecutive, proprio
perché i meccanismi operativi del concordato prevedevano il calcolo delle
imposte dovute su ricavi (ri)determinati in adesione agli studi di settore.

Insomma, non si può mai stare tranquilli.

(s.lucidi)

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