04.02.19
La riforma pensionistica all’esame del Consiglio dei Ministri.

In realtà pare profilarsi una “riformina” della materia, anche per la
necessità di verificarne la sostenibilità “sociale”, prima ancora che
economica, perchè, ad esempio, i sindacati non sembrano affatto d’accordo
sul testo che il Governo vorrebbe ora approvare come decreto
legislativo.

Al momento, comunque, la bozza di decreto prevede l’ormai famoso “scalone”
all’01/01/2008, nel senso che da quella data la pensione di
anzianità spetterà soltanto a chi avrà maturato 40 anni di
contribuzione (contro gli attuali 35), ovvero una contribuzione di 35 anni
ma con almeno 60 anni di età (fermo naturalmente il diritto alla pensione
di vecchiaia ove si siano compiuti 65 anni per gli uomini o 60 per
le donne, e con i soliti 20 anni di contribuzione minima alle spalle).
Il testo della “riformina” (giova chiamarla così perchè grandissimi
vantaggi alle finanze dell’Inps non sembrano derivarne…) interviene però
anche sul TFR che annualmente maturerà in futuro il dipendente, sancendo –
in luogo dell’originaria devoluzione automatica dell’importo
maturato ad un fondo pensionistico – una sorta di silenzio-assenso
del lavoratore: se, cioè, quest’ultimo non esprimerà il suo disaccordo, i
futuri accantonamenti che lo riguarderanno verranno direttamente versati
nel fondo pensione, naturalmente in una posizione a lui personalmente
intestata.
Sembra infine definitivamente “saltato” il ventilato “taglio” di cinque
punti nei contributi Inps dovuti dal datore di lavoro (dall’attuale 38% al
33%), mentre assume consistenza – in via sostitutiva al “taglio” –
l’ipotesi di introdurre nuove agevolazioni per i contratti di
apprendistato e per i contratti di inserimento (quelli che hanno sostituito
la formazione-lavoro).

(Studio Associato)

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