27/10/2003

La donazione della farmacia nell’ambito dell’impresa familiare – QUESITO

Ho intenzione di donare a breve la farmacia di cui sono titolare a mio
figlio , il quale ha partecipato per quindici anni all’impresa familiare
tra noi costituita .
Posso, e in che modo, liquidare a mio figlio, proprio in quell’occasione ,
i diritti da lui maturati, che, tra l’altro, mi pare siano in genere
piuttosto consistenti?

Ricordiamo preliminarmente che l’art. 230 bis del cod.civ. prevede che il
collaboratore dell’impresa familiare, oltre al mantenimento e alla
liquidazione degli utili annualmente imputati, ha altresì diritto agli
incrementi dei valori aziendali, e soprattutto dell’avviamento, calcolati
dall’inizio del rapporto alla sua cessazione.
E’ vero pertanto, come del resto Lei stesso sembra credere, che Suo figlio
vanta oggi nei Suoi confronti importanti diritti di credito (tutti crediti
di natura pecuniaria, beninteso, e non perciò direttamente patrimoniali)
che potranno, però, essere in questo caso quantificati ed espressamente
decurtati – proprio nel contratto di donazione – dal complessivo valore
della farmacia donata: cosicché, ad esempio, se il valore della farmacia
fosse 1.000 e i diritti maturati dal donatario 200, il valore netto della
donazione si ridurrebbe a 800.
Potrebbe dunque essere opportuno formalizzare nell’atto stesso sia la
sussistenza del debito che il suo ammontare, percorrendo una di queste due
strade, che si diversificano tra loro soltanto per la sfera ,
imprenditoriale ovvero non imprenditoriale, cui si ritenga appartenere
questa obbligazione.
Ove, cioè, pensiamo si tratti di un Suo debito personale, estraneo cioè
alla farmacia, Lei potrà imporre al donatario un “onere modale” , cioé un
“peso” che diminuisce il valore della liberalità (v. Sediva News del
9/6/2003), in tal caso costituito dalla remissione ( in pratica, una
rinuncia), da parte di Suo figlio, del debito che Le fa carico verso di
lui.
Se, invece, siamo dell’avviso che questo sia un debito imprenditoriale,
perciò dell’impresa come tale, considerato che la donazione comporta il
passaggio dell’azienda, come si suol dire, ai valori di libro, con il
subentro cioè del donatario in tutte le attività e passività della
farmacia, esso si “confonderà”, perché nella persona di Suo figlio si
riuniranno, per effetto stesso della donazione, la qualità di creditore
(quale ex collaboratore dell’impresa familiare, la cui efficacia cesserà
ovviamente proprio a quel momento) e la qualità di debitore (quale nuovo
titolare dell’impresa che è subentrato infatti anche in quel debito), con
la conseguente estinzione dell’obbligazione appunto per confusione (ex
art. 1253 cod.civ.)
La scelta tra i due “corni del dilemma” non è soltanto, come potrebbe
sembrare, una questione di pura lana caprina, perché non è del tutto
indifferente – sul piano generale – optare per l’uno o l’altro , essendo
sotto qualche profilo diverse le conseguenze dell’inserimento, o del non
inserimento, tra le passività dell’azienda dei debiti verso i
collaboratori familiari.
E però, in questo caso specifico le due opzioni conducono sostanzialmente
(a parte qualche dubbio con riguardo alle imposte di registro) allo stesso
duplice risultato, da un lato, di estinguere definitivamente
l’obbligazione, e, dall’altro, di ridurre – per l’intero ammontare dei
crediti riconosciuti al familiare donatario – il valore finale della
donazione.
Questa seconda conseguenza, inoltre, può avere a sua volta un grande
rilievo , specie quando il donante (ma Lei questo non lo ha precisato nel
quesito) abbia altri figli, con i quali il donatario debba domani fare i
conti e, magari, imputare sulla sua legittima il valore netto di questa
donazione, pur se Lei potrebbe addirittura impedire, almeno parzialmente,
tale evenienza ove la liberalità fosse espressamente operata in conto della
disponibile, ovvero con dispensa dalla collazione. Ma l’argomento ci
porterebbe troppo lontano.

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