05/07/03

La Cassazione sui rapporti di lavoro.

Oggi vogliamo segnalare tre decisioni importanti della Suprema Corte in
materia di lavoro, argomento sempre di grande interesse per tutti.
Secondo la prima pronuncia (n. 6714/03), una volta che l’attività
prevalente ad assorbente del lavoratore rientri fra le mansioni
corrispondenti alla qualifica di appartenenza, “non viola i limiti esterni
dello ius variandi – né frustra la funzione di tutela della
professionalità, che ne risulta perseguita – l’adibizione del lavoratore
stesso a mansioni inferiori, purché si tratti di mansioni che – oltre ad
essere marginali ed accessorie, rispetto a quelle di competenza – non
rientrino nella competenza specifica di altri lavoratori di professionalità
meno elevata”. Che è come dire, ci pare, che il farmacista collaboratore
non può essere adibito a sollevare o a trasportare scatoloni contenenti
merce della farmacia, mentre ben può essere impiegato per l’inventariazione
delle scorte e la tariffazione delle ricette, come pure (forse) per la
vendita al banco di prodotti parafarmaceutici…
La seconda decisione riguarda le lavoratrici che contraggono matrimonio, le
quali, precisa la Cassazione (sent. n. 7176/03), possono essere licenziate
nel periodo che va dal giorno della richiesta delle pubblicazioni di
matrimonio fino ad un anno dopo la celebrazione dello stesso, perché, in
caso contrario, il licenziamento sarebbe radicalmente nullo, con l’obbligo
conseguente per il datore di lavoro di corrispondere alla lavoratrice le
retribuzioni globali dal giorno dell’allontanamento fino a quello della
riammissione in servizio.
Infine, ribadisce la Suprema Corte in un’altra sentenza (n. 8025/03),
quando il lavoratore assuma e domandi al Giudice l’inquadramento in una
qualifica superiore (sostenendo, ovviamente, di essere stato nel concreto
adibito a mansioni ad essa corrispondenti), incombe allegare, e di provare
tali elementi di fatto, indicando esplicitamente “quali siano i profili
caratterizzanti le mansioni di detta qualifica, raffrontandoli altresì
espressamente con quelli concernenti le mansioni che egli deduce di aver
concretamente svolto”. È questo, per la verità, un orientamento ormai
consolidato anche in giurisprudenza.

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