25/03/2003

Lo scarso rendimento come “giustificato motivo“ di licenziamento.

La Cassazione è tornata sul tema con una recentissima decisione (n. 3250
del 5/3/03), ribadendo che il datore di lavoro che intenda licenziare un
dipendente per “scarso rendimento” è tenuto a dimostrare un notevole
inadempimento del lavoratore – con riguardo agli aspetti concreti dello
svolgimento del rapporto – agli obblighi contrattuali, non essendo
sufficiente che egli provi il mancato raggiungimento degli obiettivi attesi
dalle sue prestazioni lavorative e la loro oggettiva esigibilità (questo è
il c.d. giustificato motivo soggettivo di licenziamento).
Ma, aggiunge la Suprema Corte, anche quando si assuma lo “scarso
rendimento” sotto il mero profilo della grave insufficienza dei risultati
(giustificato motivo oggettivo di licenziamento), è necessario nondimeno
verificare, caso per caso, se il datore di lavoro si sia adeguatamente
attivato per prevenire o eliminare impedimenti allo svolgimento delle
prestazioni lavorative, che l’azienda, insomma, deve tendere a favorire il
più possibile.
In altre parole, è tutt’altro che agevole licenziare un dipendente che si
limiti a lavorare … poco e/o male.
Ricordiamo che, nel caso in cui il “motivo” di licenziamento sia ritenuto,
in sede contenziosa, non “giustificato”, il lavoratore ha tuttora diritto –
di regola – ad essere reintegrato nel posto di lavoro (il famoso art. 18
dello Statuto), quando l’azienda impieghi più di 15 dipendenti;
diversamente, gli spetta soltanto un’indennità suppletiva stabilita dal
giudice (generalmente, la retribuzione di sei mesi).

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