Regolare tenuta della contabilità e accertamento induttivo – QUESITO

Ho ricevuto la visita di controllo dei funzionari dell’Ufficio delle
entrate per l’anno 1999.
E, pur avendo constatato la regolarità della tenuta della contabilità
(compresi i documenti come le fatture di acquisto e le fatture di
vendita), i funzionari hanno stabilito con metodo induttivo un reddito
maggiore rispetto a quello dichiarato.
E’ corretto?

La tenuta di una contabilità regolare non costituisce di per sé un
ostacolo all’accertamento, anche “presuntivo”, del reddito di impresa da
parte del Fisco.
Infatti, l’art. 39, I comma, lettera d), del D.P.R. 600/73, prevede che
l’Ufficio può procedere alla rettifica, se l’incompletezza, la
falsità o l’inesattezza degli elementi indicati nella dichiarazione dei
redditi, e/o nei relativi allegati, risulta dall’ispezione delle scritture
contabili e dalle altre verifiche ovvero dal controllo della completezza,
esattezza e veridicità delle registrazioni contabili sulla scorta delle
fatture e degli altri atti e documenti relativi all’impresa nonché dei
dati e delle notizie raccolte dall’Ufficio.
Prosegue la norma, precisando che l’esistenza di attività non dichiarate, o
l’inesistenza di passività dichiarate, è desumibile anche sulla base di
presunzioni c.d. semplici, purché queste siano “gravi”, “precise” e
“concordanti”.
In altre parole, l’Ufficio può far uso di determinazioni induttive anche
nell’ambito di un accertamento analitico, ma tali determinazioni devono
essere fondate non su indizi o sospetti, ma su dati ed elementi capaci di
fondare una convincente ricostruzione del reddito del contribuente.
La giurisprudenza, anche quella della Corte di Cassazione, ha confermato la
correttezza di tale modo di accertamento, definendolo per la sua
particolarità “analitico – induttivo” (cfr. da ultimo Cass. Sez. Trib.
08/07/02 n. 9884).
Ciò detto, dobbiamo ritenere che i verificatori abbiano rideterminato la
percentuale di ricarico dichiarata, effettuando una “campionatura” dei
prodotti posti in vendita, soprattutto quelli diversi dal farmaco, ponendo
a confronto il prezzo di vendita rilevato sulle confezioni o da listini e
quello di acquisto riscontrato sulle relative fatture.
È opportuno, pertanto, controllare se dal processo verbale di
constatazione, che conclude la verifica, emerge davvero che la campionatura
sia stata sufficientemente rappresentativa dei prodotti posti in vendita
dalla farmacia, e, ancora, se i verificatori hanno tenuto conto di
eventuali sconti praticati alla clientela – sempre sui prodotti diversi dal
farmaco – ed infine se la percentuale di ricarico rideterminata sia il
frutto di una media “ponderata” e non “semplice”.
Diversamente , infatti, mancherebbero quei requisiti di “gravità”,
“precisione” e “concordanza” richiesti dalla citata norma per legittimare
l’accertamento.
Concludiamo, precisando che osservazioni sull’operato dell’Agenzia delle
Entrate possono comunque essere espresse in un’apposita memoria scritta
da produrre all’Ufficio stesso entro 60 giorni dalla data di chiusura delle
operazioni da parte degli organi di controllo, a norma dell’art. 12 della
L. 212/00 (c.d. “Statuto dei diritti del contribuente”), oppure
direttamente in sede di “accertamento con adesione”, con cui si ritenga
opportuno definire “transattivamente” l’accertamento.

La SEDIVA e lo Studio Bacigalupo Lucidi prestano assistenza contabile, commerciale e legale alle farmacie italiane da oltre 50 anni!