L’effettivo “peso” del “prime rate” – QUESITO

Nella regolamentazione di un rapporto di c/c le banche normalmente si
riferiscono al “prime rate” come tasso di riferimento, ma mi pare che in
realtà il costo addebitato sull’estratto del c/c sia di gran lunga
superiore a quello concordato.
E’ legittimo tale comportamento?

Purtroppo il cliente, quando sottoscrive il contratto di c/c, conferisce
all’istituto di credito, senza rendersene quasi mai conto, le più ampie
facoltà, soprattutto con riguardo alla trimestralizzazione degli interessi
passivi (da qualche tempo, fortunatamente, bilanciata dalla
trimestralizzazione anche di quelli attivi per il correntista), alle spese
di conto, al costo per operazione, ecc., tutti aspetti della gestione che
fanno lievitare nel concreto di vari punti percentuale il tasso di
interesse concordato.
E, badi bene, sono tutte componenti di costo formalmente previste, anche se
non indicate con sufficiente trasparenza.
Perciò, sotto questo profilo, il comportamento dell’istituto di credito,
anche se tutt’altro che equo, non sembra giuridicamente attaccabile.
Quello che Lei può opporre, però, e che anzi dovremmo tutti noi opporre, è
una ferma negoziazione di tutte queste “voci”, specie tenuto conto
dell’atmosfera di grande concorrenzialità in cui gli istituti di credito,
soprattutto negli ultimi anni, sono costretti ad operare. Di questo,
insomma, noi dobbiamo tentare di avvalerci se vogliamo difendere al meglio
i nostri interessi.

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